Archivio della categoria: OCCHIO CRITICO – rubrica di recensioni

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“VISIOGRAFIKA” – Progetto artistico di Katia Mandelli Ghidini

Cantava Luigi Tenco: “C’è chi dice che l’arte non ha rapporti con l’uomo comune per cui l’artista vero non può usare un linguaggio capito da tutti; anzi: meno comune sarà il linguaggio usato, tanto più verrà a galla la personalità”. Può questa teoria applicarsi all’artista svizzera Katia Mandelli Ghidini? Difficile dirlo. L’astrattismo di Katia non “tranquillizza” per il fatto di essere fluttuante, instabile, continuamente sfuggente a una definizione univoca. Se si parte dalle opere catalogate “mozartianamente” con la K dell’iniziale del nome e un numero, si ha la sensazione di una dimensione onirica che sembra  si tenta di dissipare solo con la  speranza di una visuale della natura “dal basso”, forse un cielo che rimanda a qualcosa di rassicurante nella psicologica varietà di colori in cui ognuno può ritrovare quello che corrisponde al suo io profondo; ma ecco che fluttuazioni più calde e affascinanti appaiono nelle opere di fine-art e del plexi; si spazia dal gesto risoluto che trova in se’ e nella sua dinamica la sua ragion d’essere, alla calma contemplazione di un paesaggio più naturalistico, fino ad arrivare alla turbolenta e quasi “jazzistica” visione di una moderna città con le sue sinestetiche sovrapposizioni di architetture e luci. Ma Katia non smette di sorprenderci dimostrando di saper fondere il suo astrattismo con un occhio vagamente vintage al passato di sapore quasi “beatnik” quando fonde la cultura delle maschere carnevalesche con le tinte vivaci dei colori risoluti, fusi in un’atmosfera un po’ anni ’70 e dove la glacialità delle maschere senza occhi aggiunge delle tinte leggermente violente  che rimandano a quel periodo. Uno sperimentalismo diretto e gioioso che non per questo viene meno a una coerenza artistica di fondo, capace , lo si può credere, di  legittimare le nostre aspettative di qualcosa che ancora deve emergere dal cuore di questa eclettica artista.(L.M.)

PER APPROFONDIRE  : www.visiografika.com

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“NON E’ COLPA DI PANDORA” di Giovanna Rotondo (ed. La vita felice,2014)

Il sentimento di irritazione e impazienza può essere scatenato da varie ragioni. Non è raro però che una causa scatenante possa essere il fatto di ritrovare negli altri alcune caratteristiche o atteggiamenti che d’istinto respingiamo ma che in certo qual modo sono presenti a livello maggiore o minore , a livello più o meno inconscio, anche in noi stessi. E’ questo il sospetto che emerge limitandoci ad “ascoltare” le sensazioni da noi stessi provate leggendo “Non è colpa di Pandora”, opera della poliedrica Giovanna Rotondo, sul tema delle dipendenze e , come recita  il sottotitolo, delle loro subdole “zone d’ombra”, che logorano persone di estrazione e ruolo sociale fra i più disparati.

 

L’opera è sostanzialmente un resoconto di alcuni passaggi di terapie di gruppo indicate con le loro inquietanti sigle tecniche come la“Gimof” (che indica il percorso di terapia di gruppo per pazienti in trattamento e i loro familiari). Emergono a tratti sempre più definiti le personalità dei diretti interessati coi loro nomi di battesimo (non si sa se veri o immaginari); ciò che salta all’occhio è lo stile distaccato dell’autrice che si limita a descrivere i duri momenti di tale percorso terapeutico pur mantenendo una palese empatia con le situazioni descritte. Alcol, droga, gioco d’azzardo, sono gli effetti risaputi di problematiche mai risolte o mai volute affrontare. I protagonisti loro malgrado di questa “avventura” si giostrano in quella che potremmo quasi chiamare , parafrasando Hanna Harendt, una sorta di “Banalità del male” dove ognuno sembra preda di qualcuno o qualcosa d’altro; ogni vocabolo, gesto ,sguardo, può venire soppesato e interpretato in molteplici modi e quando di mezzo c’è la psicologia o la psicanalisi ci sono sempre “trappole” in agguato. Qualche volta si cerca di “stemperare” e sdrammatizzare la situazione  con battute di improbabile efficacia (“Da alcolista ad alcologo!”) che però non la spuntano sulle frasi tanto scontate quanto imprescindibili (“E’ un processo lento e faticoso…” “Per aiutare gli altri bisogna prima aiutare se stessi”…e così via). Tra genitori e figli, tra mogli e mariti e amici…la tentazione di scaricare la colpa su altro o altri è sempre forte. Ma la chiave di tutto è forse proprio quella che suggerisce il titolo “Non è colpa di Pandora”; è piuttosto colpa nostra, di ognuno di noi, con le sue “beghe” irrisolte che poi si ripercuotono su chi ci vuole bene veramente e ci è più vicino e non sa come aiutarci. E dunque la persistenza distaccata quasi da referto medico con cui l’autrice si limita a registrare i percorsi dei partecipanti scatena proprio l’effetto forse voluto: pesantezza, irritazione, voglia di dire “MA se davvero lo vuoi ce la puoi fare!”. ma anche consapevolezza ineludibile che “tutto quello che accade fa parte della vita” per dirla con Giorgio Gaber. E lo stile dello scritto è dunque la sua pecca e la sua arma vincente allo stesso tempo. Vincere , o meglio in questo caso “vincersi” si può . Il confronto terapeutico può aiutare ma non basta. Anche il “senso di appartenenza” che la paziente Marianna dice di aver riscoperto alla fine della terapia, nella lettera che chiude il libro, in realtà non tranquillizza il lettore che arrivato alla fine della lettura,  capisce che “domani è un altro giorno” e una ricaduta (peraltro vista nel corso del testo come una opportunità e non un limite) può essere sempre in agguato. Sta alla maturità di ognuno di noi tenere alta la testa e navigare a vista. Ognuno decida, almeno, chi e cosa  vuole essere.

(L.M.)

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“QUANDO PIOVE HO VISTO LE RANE” di Azzurra D’Agostino (“Valigie Rosse”,2015)

OSSERVARE.E non limitarsi a “guardare”. Forse è questo che distingue il poeta o l’artista in genere. Per andare oltre, al di là delle semplici descrizioni di un ambiente o di uno stato d’animo. Il titolo di questa breve raccolta di poesie di Azzurra d’Agostino è indicativo. La pioggia evoca dunque una visione realistica ma non scontata e che “rimanda” a elementi simbolici . Gli occhi di un bambino sono il “filtro” ideale per fare sgorgare dal cuore prima che dalla mente curiosi giochi pittoreschi con protagonisti animali, paesaggi  o anche esseri umani , la poetessa in primis.

L’autrice ci porta nel suo mondo all’insegna della decostruzione, rinnegando le leggi della logica e della matematica ma senza accusare o rinnegare il mondo che pure da esse è in qualche modo governato, ammettendo “In matematica non sono brava”. Quindi dobbiamo rinunciare a occhi “logici” per dare spazio a quelli di cui poco ci è dato strutturalmente sapere, come quelli degli animali.  Si potrebbe dire che Azzurra “studia” le mosse del cigno, del gatto o del merlo o di un cane per poi rielaborarle in un circo fantastico di sinestesie  che però riguardano anche la mente umana. Ad esempio:  Il levriero che cammina non per una semplice strada ma “per il pensiero” è un’immagine emblematica.

Del resto le immagini proposte sono anche “scomode” nella loro apparente semplicità. Chi pensa di addentrarsi in questa selva con atteggiamento semplicistico deve subito ricredersi perché ci pensa Azzurra a ricordarci che il poeta non è una “panchina” su cui sedersi per riposare, in cui cercare evasione o distrazione ludica. E’ un ammonimento a riflettere sulla necessità di affinare una volta per tutte le nostre percezioni, a non dare più alcunché per scontato e a “guardare” oltre osservando. Solo così potremo immaginare quel “salto” che ,evocato o reale, ci farà imparare a “volare”.

Il mondo “cambia” se ammirato  con altri occhi da quelli della quotidianità…ma il mondo cambia anche se noi non lo vediamo cambiare; provvede la natura stessa a farlo cambiare o solo trasformare temporaneamente con i suoi fenomeni atmosferici: la pioggia, oltre a far uscire le “rane” da sotto le foglie per bere, rovescia la terra e il cielo come due contenitori reciproci , i vetri realizzano disegni grazie alle gocce di pioggia non lasciandoci soli, il “vento” cambia l’ordine delle cose… Però allo stesso tempo non si sminuisce il ruolo dell’essere umano, che è prezioso a modo suo anche perché da lui arrivano i contorni sfumati delle parole che a tutto ciò danno un senso. “Prima” di tutto questo mondo così descritto da Azzurra, mancava quel “pezzetto” ,cioè IO, che può essere la poetessa stessa o una persona cui si dedica il brano. E’ dunque una sorta di “biglietto d’invito” a STARE nel mondo dove ci è capitato di nascere,  che nella sua brevità racchiude TUTTO con poche parole. E anche in questo consiste l’abilità del vero sinestesista.

 

L.M.

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“NON SONO CAPPUCCETTO ROSSO” di Roberta Nicolò (Ma.ma edizioni, 2015)

E’ un azzardo. E’ un azzardo provare a scrivere un commento su una storia così delicata, profonda e agghiacciante. E’ sempre un azzardo qualsiasi tentativo di descrivere ,razionalizzare, “poeticizzare” o anche solo “entrare dentro” una vicenda così gigantesca nella sua “piccola dimensione”.  E’ un rischio che si può correre solo se si lascia che il cuore faccia prevalere le sue ragioni , o meglio la sua urgenza . Roberta Nicolò accetta di lasciarci entrare nella sua storia di violenza subita da bambina e poi con le logiche difficoltà del caso elaborata in maniera molto graduale nel corso degli anni.

Viene alla mente il titolo un film del 1994 di Alessandro D’Alatri “SENZA PELLE”. Ecco è proprio senza il filtro di una pelle che fungerebbe da scudo protettivo che si può vivere appieno il significato profondo di una storia così.  Questa “bambina” viene fatta emergere dal passato nel vortice silenzioso dei ricordi della donna che ora è essa stessa  nel frattempo diventata.  La vicenda peraltro era già stata raccontata come fatto di cronaca dai giornali dell’epoca che avevano riportato la stessa dopo l’esito del processo per abuso sessuale di minori nei confronti dell’uomo accusato e condannato in merito. Ora però è il turno della protagonista suo malgrado che la racconta in forma di racconto anomalo.

L’elemento che risalta è la scelta di raccontare la sequenza delle tappe di rielaborazione progressiva in ordine sparso, senza seguire l’ordine temporale. Quasi fosse una tempesta di sensazioni che non sono logicamente riordinabili. Del resto è lei stessa a ricordarci che la verità , oltre a rendere liberi, ha bisogno di SPAZIO, più che di tempo. Il tempo c’è ma è una dimensione che qui va dilatata, rivoltata, senza dettami logici. C’è bisogno più che altro  di sinestesia , di far combaciare i dettami dei vari sensi . La protagonista rileva che le cose “quasi mai si vivono sul serio”; e una vicenda forte come questa rappresenta l’occasione per “concederselo”.

Roberta “parte” dalla fine del tempo della narrazione  (i suoi 43 anni) per arrivare al “prologo” ; paradossalmente questi due punti coincidono con la consapevolezza e l’elaborazione del lutto, come a indicare un cerchio che si chiude , una sorta di “morte e rinascita” che si è ora compiuta  e dove la vita piena della protagonista può ora proseguire nella sua pienezza proprio perché si elabora ma non si può dimenticare, non si deve dimenticare. Ma anche qui  c’è un paradosso, che emerge negli attimi in cui la “bambina” del passato non vuole ricordare, e i continui black out della memoria intervengono come un’emergenza a salvarla dal baratro dell’orrore, mentre le circostanze sinestetiche arrivano come avvoltoi a farle riemergere quell’unico inesorabile momento della sua storia che pesantemente la ha condizionata; Si tratti di un odore di pavimento a linoleum o due innamorati che si baciano nella loro innocenza sotto un albero, tutto concorre a “non risolvere”. E anche “nascondersi” diventa una facile forma di rifugio, quando per luogo di riparo si intendano i momenti di gioco svago e confidenza con gli amici; Ma è un “nascondersi “ solo apparente, se i “lampi” del passato riaffiorano a ogni piè sospinto. Il titolo di un altro film italiano del 2005 di Marco Tullio Giordana è rivelatore in questo senso “Quando sei nato non puoi più nasconderti”. In un percorso simile i momenti di sport di difesa personale assumono una funzione di vera e propria educazione civica, nel momento in cui i sensi che da un lato sono la causa di tormento per la bambina, dall’altro vengono “rifunzionalizzati” nell’ obiettivo ultimo della conoscenza dell’altro come avversario da combattere ma anche come semplice interlocutore da affrontare; ecco che dunque la direzione dello sguardo, le tecniche di respirazione e di propriocezione portate al massimo, come anche nel teatro (non a caso si parla di “imparare per imitazione”, come in parte si può e si deve fare nelle discipline teatrali), risultano l’arma vincente per affermarsi e VINCERE non solo o non necessariamente sull’altro ma più che altro per se stessi. “QUI ED ORA e senza guardarsi indietro ma solo avanti”.

La tecnica narrativa inconsueta assume tratti estremi quando ogni singolo vocabolo è separato da un punto anche all’interno di una frase. La forza e la perentorietà del riscatto della protagonista vengono così a trionfare anche nella semantica . E come lettori si è chiamati ad una prova di forza grandissima quando , man mano che si percepisce che ci stiamo avvicinando al momento decisivo e rivelatorio , la narrazione diventa quasi insostenibile; è il momento del flash in cui la bambina qui donna , descrive una scena strana, come in un sogno , protagonista un cantante rapper forse qui immaginato all’interno di una scena virtuale , in atteggiamenti di difesa e di lotta. Da questa scena onirica e sconnessa arriviamo alla ricostruzione finale del “fatto”, che viene finalmente descritto nella sua chiarezza. E qui l’articolo di giornale d’epoca giunge come una liberazione, un soccorso  , una necessità di realtà cronachistica dopo tanto vagare per intuizione da parte del lettore nei meandri della memoria della narratrice.

Con che diritto si può aggiungere parole di commento a una vicenda ? Quello che ognuno può imparare lo può solo custodire nell’intimo; L’unico vocabolo appropriato è imparare. Addirittura come la protagonista suggerisce possiamo imparare a piangere. Ci sono molti modi per piangere. Lo si può fare da soli ma forse è giusto , come diceva Giorgio Gaber , “tornare fra gli uomini anche per piangere”. Torna pure fra gli uomini, bambina. Ora lo sai anche tu che nulla ti può far male. E se noi impariamo questo ,che è il prezioso insegnamento che tu ci dai, non hai più nulla da temere. L’eventuale paura che la tua vicenda ci può fare, la affronteremo insieme. Solo allora e solo nell’intimo , nell’ombra, il NOSTRO piccolo mondo può magicamente trasformarsi e rigenerarsi.

(L.M.)

le caramelle di rossana

“LE CARAMELLE DI ROSSANA” di Rossana Girotto (Evolvoedizioni ,2015)

 

Di fronte a una fiaba c’è una difficoltà di fondo: l’imbarazzo della scelta della chiave (o delle chiavi ) di lettura. Dal puro piacere del racconto ai significati più o meno reconditi, si sarebbe tentati di dire che tutto è lecito. E il sottotitolo di questa raccolta: “Dieci racconti da gustare per bambini di ogni età” sottolinea l’”apertura” interpretativa a seconda del lettore e “solletica” letteralmente il palato di chiunque.

Ebbene non ci resta che aprire il “cofanetto” di Rossana Girotto e “scartare” queste caramelle , ovvero piccoli e deliziosi racconti che hanno spesso protagonisti , oltre ad esseri umani, anche animali o esseri fantastici. La sensazione centrale è quella che l’autrice  voglia far incontrare le parti più disparate del nostro io in un arcobaleno di sensazioni razionali e irrazionali. Tra gnomi burberi , fate del lago, gatti curiosi e intraprendenti, api tristi , balene trovatesi per caso nel fiume  e poi esseri umani che combattono con le paure di sempre  e gli “inquadramenti” nel mondo normale da cui forse si vorrebbe evadere…ci giostriamo in un continuo giuoco di rimandi fra realtà e finzione , realismo e fantasia che ci trascina in un vortice incostante e coloratissimo di ritmi sensazioni e percezioni che coinvolgono letteralmente tutti e cinque i sensi.

Le prove migliori di questa raccolta ci sembrano quelle redatte nella forma del racconto più breve . In particolare tre di questi sono meglio rivelatori dell’abilità di Rossana a fondere più aspetti : “Il piano di Oscar”, “Io –l’uomo dell’acqua” – “Sbrigati Mozart!”. Nella prima un gatto curioso e intraprendente cerca di studiare i comportamenti umani per acquisire anch’egli a sua volta la parola, illudendosi che la “pozione magica” siano il caffè o le sigarette…Questi ultimi a lui , felino, sembrano le uniche modalità grazie alle quali gli esseri umani acquistano l’eloquio, restando muti in altri casi. Nella seconda un umile acquaiolo si immagina invece di recare a domicilio bottiglie di acqua, di poter portare bottiglie ripiene di cielo, in varietà infinite a seconda di dove ogni cielo si affacci; nella terza si “rivisita” la vicenda del bambino prodigio della musica , facendolo “riscattare” dalla noia degli esercizii  tecnici  quotidiani alla tastiera; il piccolo Wolfgang Amadeus è soggiogato dalla volontà paterna di farne un protagonista assoluto; un giorno decide di “ribellarsi” scrivendo una musica semplice che ha il privilegio di uscire dal cuore e di derivare da un “sogno” e da qui un nuovo corso delle cose prende vita: la “dolce armonia” delle sue note SCALDA IL CUORE anche dei severi genitori e la sua carriera non sarà più fatta di esercizi aridi e sterili ma di musica ver a e propria , destinata a restare e a vincere il tempo.

La forza dell’autrice sta nel voler “andare oltre” le apparenze della realtà ma anche della fantasia; Come direbbe Jack Kerouack , nel “capire anche oltre quello che c’è da capire”, in una curiosità mai appagata per soddisfare la quale sembra necessario prendere in prestito anche i “sensi” che appartengono non agli esseri umani ma a esseri animali o immaginari; non a caso nel racconto “Il sole di mezzanotte” (la storia di un seme che viaggia a lungo per diventare poi una betulla nei fiordi) dice “Non voglio credere che il mio viaggio finisca qui!”. E forse è in queste parole che si può riassumere l’invito di Rossana ad essere sempre curiosi , a “prolungare lo sguardo” dentro e fuori di noi che possiamo anche “trasformare” le circostanze e farle moralmente vincere dove non arrivano i fatti .

Può essere interessante anche notare l’invito allo “scambio” come risorsa per l’arricchimento e l’accoglimento reciproco…è forse il messaggio centrale del primo racconto ”Lo gnomo di Curiglia”. Anche se forse penalizzato da una lunghezza un po’ sproporzionata rispetto al “mood” della raccolta intera, offre lo spunto per una riflessione sul tema della riconciliazione dopo astii e battaglie pregresse e irrisolte nel tempo e che condizionano l’ambiente e la vita di una comunità: L’atavico odio fra lo gnomo e la fata del lago può essere sanato dalla restituzione dei diademi dallo gnomo alla fata e della dolcezza del miele che solo la fata può far tornare per la gioia dello gnomo ,che di miele è goloso, e anche delle api che lo producono. Interessante il sottofondo della politica in questo racconto , in quanto tutti i fili sembrano in apparenza “tirati” dal sindaco di Curiglia, che dopo la lieta risoluzione della vicenda afferma di non avere ambizioni se non quella del buon andamento del suo paese. Ma lo “scambio” inteso  in senso culturale lo si ritrova anche ne “Il Natale di Rachele” : bella l’idea di mettere a confronto la diversità di religione e di costumi proprio nell’occasione delle festività , come opportunità per un avvicinamento e non uno scontro.

Il libro è corredato da illustrazioni che ne esaltano lo spirito vivace e tenero al tempo stesso e l’idea di affidare ogni fiaba ad un illustratore differente contribuisce a colorare ulteriormente questa girandola sinestetica di sensazioni che la Girotto da prova, nel suo ambito, di padroneggiare in maniera sagace e arguta…come i protagonisti delle sue storie. A tuffarci nel suo mare di colori !

L.M.

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“I CARNEFICI” di Daniele Biacchessi (ed. Sperling & Kupfer, 2015)

 

“Senza memoria non c’è futuro”.  E’ con questo spirito che dovremmo ogni giorno guardare a qualsiasi gesto quotidiano , qualunque esso sia , se vogliamo essere pienamente coerenti  con la dignità di ogni nostra azione . Ma, retorica a parte, è persino banale dire che ci sono pagine di storia spesso trascurate che invece andrebbero riscoperte perché ,come diceva Mao tse Tung, da sempre è il popolo che fa la storia, anche se poi sono i padroni che ce la raccontano. Daniele Biacchessi , giornalista e scrittore, nella sua opera più recente “I CARNEFICI” , racconta con piglio cronachistico , narrativo e commosso ,l’estate di sangue del 1944, che a regime caduto ma a liberazione ancora di là da venire, macchiò l’Italia di tragedie immani tristemente passate alla storia ma forse non abbastanza raccontate; tra di esse la strage di S.Anna di Stazzema, ma anche quella, meno nota ai più, di Monte Sole o altre ancora. Tutti paesi molto isolati dove ancora oggi, come allora, esistono palesi difficoltà a vivere in contatto col mondo esterno. Ecco dunque che ci viene presentata l’ immagine calda e commovente del vecchio nonno Giuseppe, ex insegnante di storia, che in una sera di fine estate ,nella casa di famiglia sull’appennino Tosco – Emiliano, mostra al nipote Carlo alcune fotografie ingiallite dal tempo per narrare la battaglia decisiva combattuta tra occupanti  tedeschi  con la connivenza della Repubblica di Salò e Partigiani Italiani con l’appoggio degli “Alleati” americani.

Il “salto generazionale” pone palesi difficoltà di approccio non solo per la “diversità di mentalità”, ma anche per il differente approccio tecnologico, in cui il valore della fotografia cartacea non può comunque essere soppiantato dalle informazioni su internet che forse il nipote dà per scontato che possano superare una volta per sempre le vecchie tecniche.

Salta all’occhio la precisione della GEOGRAFIA  degli eventi narrati che va di pari passo con la precisione della memoria. E’ una sorta di geografia dell’inquietudine dove ogni particolare dettaglio risulta imprescindibile, come pure l’urgenza che emerge fra le righe quando il narratore si direbbe che ricerca la pace derivante da gesti di tradizione come quelli di una preghiera ,(la religione dunque vista come conforto della memoria).  Ma la memoria  è un obbiettivo  da difendere con le unghie e con i denti anche perché più crudeli sono i fatti più alto è il rischio che si tenda a “insabbiare” per evitare che responsabilità postume vengano a galla.

L’impresa non semplice di Biacchessi è quella di una CON – FUSIONE nel senso etimologico della parola come sinestesia, fra elementi vari. Cibo , ambiente, ricordo , elenchi di numeri e nomi quasi “telefonici” si fondono in una necessità documentaristica non sempre facile da seguire e “ritenere a mente” appunto, in una POESIA del presente e del passato. La geografia dell’inquietudine – cui si accennava prima –  assume toni quasi beffardi quando la sinestesia  di fonti ci conduce alla funzione qui assunta della MUSICA: ad essa  spesso si dovrebbe  ricorrere per un’evocazione di coraggio e conforto ; invece essa  è qui rappresentata dall’organetto con cui il soldato nazista annuncia l’arrivo delle SS che poi avrebbero operato per sequestrare gli ostaggi  giungendo a frotte senza pietà, massacrando nel terrore uomini donne e bambini innocenti. Le immagini forti risultano quasi al limite della sostenibilità quando ci si presenta un sacerdote che eleva al cielo il cadavere di un bimbo di pochi mesi trucidato disumanamente, per chieder una pietà che verrà criminalmente disattesa.

In effetti nella logica nazista non esiste l’umanità ma semmai la FUNZIONE: come leggiamo nel capitolo “L’orrore tra i vigneti”: “Le SS tolgono l’umanità e le assegnano una funzione. I civili sono testimoni, dunque nemici da abbattere ad ogni costo”. Qualsiasi domanda, legittima e sacrosanta, su come un uomo possa arrivare a livelli così bestiali di crudeltà può forse essere soltanto soddisfatta rifacendosi all’ipotesi che prospetta Bendetta Tobagi quando, nel suo libro “Una stella incoronata di buio” si sforza di capire le ragioni dei criminali del terrorismo negli anni ‘ 70 e che forse sono adattabili anche alla criminalità nazista: Chi si macchia di tali efferatezze è perché è sensorialmente deficitario : è come se fosse nato handicappato psichico e gli mancasse ,(anziché uno dei cinque sensi come la vista l’udito o un anche un arto), l’umanità dei sentimenti. Non ce l’hanno e non possono capire la pietà e la solidarietà umana : torturare e uccidere è per loro  cosa normale , come eseguire dei semplici ordini d’ufficio.

La beffa finale arriva quando ,a distanza di anni e a processi tardivamente compiuti, chi è colpevole o non paga perché già morto o sconta pene tutto sommato lievi rispetto alla inqualificabile disumanità di gesti che mai potranno essere perdonati e per cui non si potrebbe mai pagare abbastanza. O peggio arrivano indulti da personalità da cui ci si aspetterebbe  forse qualcos’altro che un gesto di “clemenza” per crimini così efferati. Purtroppo a prevalere è una non meglio precisata “ragion di stato” in nome della quale si occultano prove e indizi che potrebbero risultare decisivi per fare almeno luce su questi tragici eventi. Emblematico è l’episodio dell’”armadio della vergogna” che si scoprirà soltanto nel 1994 e solo grazie alla tenacia di un magistrato  coraggioso e caparbio (Antonino Intelisano), impegnato nel processo contro il capitano delle SS Erich Priebke. Dopo molti anni emergono alcune verità storiche mai del tutto affrontate, ma ci si rifiuta di dare corso alla scoperta delle responsabilità politiche anche della classe italiana, più preoccupata di dispensare “indulti in nome della pacificazione” (cioè in nome dell’IMPUNITA’) che di arrivare alla verità ultima degli eventi.

Come cantava De Gregori “LA sera scende come un’emergenza sulla città”. Qui invece il messaggio finale nell’ultima immagine di nonno e nipote, si direbbe che l’emergenza è rappresentata dalla SPERANZA nascente dalla consapevolezza che a sua volta solo dalla memoria può essere partorita , perché “nulla vada mai disperso e dimenticato”. Perché quel “paese della vergogna” , già decantato da Biacchessi, possa almeno in parte salvarsi da quell’omertà che pare essere una delle sue caratteristiche fondamentali forse addirittura da prima della sua nascita ufficiale. Perché se è vero che le piccole storie del piccolo popolo sono la voce viva di una storia, che allora questa “piccola storia” sia una storia di vita e non di morte.

(L.M.)

 

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“VINDICA TE TIBI” di Raul Londra (ed. Il ciliegio, 2014)

“La miglior vendetta è il perdono”. E’ un vecchio adagio che non sembra adattarsi allo spirito frizzante e un po’ “pulp” di Raul Londra, giovane scrittore che ci da un saggio delle sue capacità nella Raccolta “Vindica te tibi”, ovvero quattro storie di vendetta. Nell’arco di 4 racconti legati fra loro ,come dice il titolo, da un comune denominatore tipico delle più viscerali pulsioni umane, l’autore ci traccia un desolato e desolante quadro di un’umanità che vuole riscattarsi da situazioni per aspetti molto diversi di svantaggio o inferiorità.

L’idea non scontata di questo “filo rosso” costringe il lettore a confrontarsi - senza velate ipocrisie - col proprio ego e le proprie contraddizioni. E non si tratta, sembra dirci l’autore, di deridere o esaltare i “buoni sentimenti” che fanno parte anche del nobile essere. Semplicemente di accostarli anche alla parte più emotivamente istintiva che può apparire cattiva e bestiale ma è comunque parte di noi.

La raccolta si compone di 4 racconti intitolati “EROE”, “DOMINA”, “SPORCHI AFFARI A PREZZI STRACCIATI” e “ISTINTO ANIMALE”. Nel primo, “EROE”, vediamo il protagonista, di nome Jacob, un ragazzo americano di famiglia problematica, con padre sempre ubriaco e la madre che cerca di rifarsi una vita. Il protagonista Jacob si rivela risoluto nel cambiare il suo destino e risolutivo in alcune situazioni difficili Qui l’”eroe” è un assassino per vendetta personale: Jacob uccide Boggs , padre della sua fidanzata Sharon, perché non vuole che i figli di lui e la ex moglie subiscano quello che ha subito lui, Jacob, da suo padre. E nel colloquio con l’investigatrice Lockart si trae il filo della questione. La detective è lineare nella sua logica: secondo quest’ultima non si può, non si DEVE uccidere per vendetta, ma come ribatte Jacob: la detective non avrebbe premuto il grilletto per ammazzare Boggs perché non è nei suoi principi e l’avrebbe lasciato andare permettendogli così di compiere altri crimini. Un po’ didascalicamente conclude con la domanda “Chi è il vero mostro?”(Jacob o l’investigatrice?). L’autore pare prendere le parti del protagonista. Ma lascia irrisolta la questione se la vendetta sia lecita fino all’estreme conseguenze, come estremo è tutto ciò che fa Jacob: Bruciare il garage dove sta suo padre, ucciderlo con la benzina, operare nel corpo dei pompieri per cercare delle risoluzioni estreme anche in un paese dove non succede mai niente: Jacob è un SOVVERTITORE. Ma resta aperta una atavica questione: solo i cattivi sono i sinceri ed autentici? I buoni sono sempre e per forza “buonisti”? L’eroe è per forza violento?

 

In “DOMINA” un amore è causa di un suicidio; uno psichiatra è chiamato a “decodificare” il difficile caso di un ragazzo che annuncia le sue intenzioni che porta a termine al termine di una lettera in cui spiega in maniera poco chiara le sue ragioni. Qui il “plot” narrativo è un po’ debole …molto didascalici e ripetitivi alcuni passaggi (come già nel racconto precedente). In compenso c’è l’elemento della “città”, che si rivela centrale nel finale :”Ogni città sorge e cade così come l’amore e la vendetta”. Ossia: Quando una città sorge e cade, è la nascita e la fine di una civiltà. Il parallelo si rivela qui: la vendetta è il dolore che la ragazza che ha lasciato il protagonista dovrà affrontare dopo la sua dipartita per suicidio; ma lil ragazzo protagonista che appare per certi aspetti il più debole, in realtà ribalta ,con la sua “vendetta”,  le posizioni : Egli muore ma si ritiene riscattato perché invece ella resterà in vita ma soffrirà per sempre

 

 

Nel racconto “SPORCHI AFFARI FATTI A PREZZI STRACCIATI” il senso di vendetta si accompagna alla crescita anagrafica e alla scalata sociale del protagonista, ancora un ragazzo americano. Quella che all’inizio appare essere un’umiltà si rivela in realtà l’altra faccia dell’arrivismo. Questo lo porterà da una condizione pressoché normale di famiglia di medie condizioni sociali a una posizione di massimo potere imprenditoriale che lo porterà addirittura a trovarsi nella condizione di dover UCCIDERE a fin di bene. Doug (questo il nome del protagonista) sviscera il suo percorso verso la “vittoria” in una serie di continui riscatti a sfondo anche sociale: la sua posizione di uomo di colore , all’epoca dei fatti ancora difficile in America, da cui appare determinato e forte, nelle sue peripezie viene a suo modo nobilitata grazie a questo cammino. La guerra in cui , da ufficiale militare , si ritrova a combattere per ribaltare una tragica situazione economica familiare, è la sublimazione delle ragioni della sua specifica vendetta.  La vicenda è ben tratteggiata grazie anche a particolari che rendono questo forse il racconto più riuscito della raccolta: Si accenna spesso all’attenzione particolare del protagonista che “studia i ripetuti movimenti e le figure” delle persone, si alternano in continui flashbacks momenti privati e dolci a momenti forti e violenti; la complessità e la contraddittorietà del personaggio è poi delineata quando si accenna alla volontà di salvare alcuni ragazzi adolescenti dal consumo della droga che proprio  a causa SUA è in circolazione perché trasportata dalla compagnia aerea di cui lui è co – azionista; e poi il paradosso della Bibbia , che Doug legge da sempre, citata e messa in bocca al suo potenziale assassino proprio con le frasi bibliche in cui si accenna alla vendetta.

 

Nell’ultimo racconto “ISTINTO ANIMALE” si cambia essenzialmente prospettiva: si torna alla dimensione ancestrale e primordiale dell’uomo.  Più che di vendetta si parla qui di ATTACCO come istinto difensivo, come è forse più naturale che sia.. In una tribù di indigeni della colonia di Miwok si organizza un viaggio per ritrovare una lontana parente; ma il viaggio si rivela irto di ostacoli e da pagare a molto caro prezzo con la perdita di molte vite umane; le asperità vengono spiegate con gli influssi degli dei, come provenienti da un “altrove”. L’unica sopravvissuta dei protagonisti della storia, che poi riesce a trovare la nonna , viene salvata dalle violenze di un selvaggio che è l’artefice delle altre morti. Lo sconosciuto che la salva non viene identificato…e solo gli sguardi e ancora i movimenti riescono a lasciare l’indelebile traccia della salvezza di una vita e di un rapporto che resterà solo accennato e mai compiuto fino in fondo.

 

Al di là ,come si diceva, della scrittura molto “giovanile” e di qualche passaggio un po’ troppo didascalico, resta sospesa e irrisolta una questione di fondo: l’istinto vendicativo che legittimamente l’uomo (in qualsiasi epoca egli viva) possiede, che cos’è ? Immaturità o naturalità dell’istinto? Dopo la lettura di un libro come questo non possiamo sentirci del tutto tranquillizzati. E forse ,paradossalmente, è proprio la freschezza della giovane età di questo promettente scrittore che può continuare a farci compagnia con i suoi spunti provocatori e a lasciarci accesa la fiamma del dubbio che poi la nostra forza rassicurante della mente e dello spirito, col passare degli anni, tende a sopire. E la chiave di lettura dell’opera può essere trovata proprio in una sorta di sunto dei rispettivi finali che potremmo azzardare: Noi non conosciamo e forse non conosceremo mai il “nome” (e dunque la definibilità) di alcuni nostri lati oscuri, mentre la civiltà che costruiamo (come Calvino insegna) si raffigura ,sublimata, nelle “città” che però tendono a sorgere e a crollare come l’istinto dell’amore e della vendetta. Ma anche se siamo sempre bravi a definire i nostri lati buoni e a “separare” da noi i mostri che abbiamo dentro e fuori di noi…chissà alla fine chi è il vero mostro!

(L.M.)

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era di cupidix cop libro

“L’ERA DI CUPIDIX” di Paolo Pasi (ed.Spartaco, 2015)

Alzi la mano chi , nella sua vita, non ha provato almeno una volta il desiderio di una soluzione miracolosa per risolvere tutti i suoi problemi di carattere per lo meno sentimentale o umorale! Se poi siete fra quelli che ancora sono alla ricerca di tale “pozione”…bè questo libro fa per voi! “L’ERA DI CUPIDIX” di Paolo Pasi ci propone un’incursione immaginaria in un mondo dove realtà e immaginazione (anzi “virtualità”), si fondono  e si trovano delle soluzioni apparenti per trovare la felicità (come la si intende nei “piani alti” dell’imprenditoria commerciale) e la fine di qualsivoglia dolore e fastidio. “CUPIDIX” è il nome della pillola che , come si dice nel testo, potrà risolvere gli abituali inconvenienti delle varie fasi dell’innamoramento , ovvero i timori per eventuali fasi di “stanchezza” nel rapporto o ,al contrario , il sentirsi troppo dipendenti dal partner o i timori per la caducità della passione. Insomma , la via chimica verso un sentimento “perfetto” e senza sbavature o sbandate varie.

L’intreccio è costituito essenzialmente dalle vicende di Carlo, Ada e Giovanni. Carlo è un infermiere trentatreenne, sassofonista jazz per passione; Ada è una ragazza ambiziosa decisa a intraprendere la carriera di attrice ma il cui primo dramma è quello di dimenticare una infelice storia d’amore; Giovanni è il pubblicitario creativo che ambisce a “scalzare” colleghi e superiori di azienda con ogni mezzo necessario e il cui ingegno gli porterà a progettare la pillola “Cupidix”, pensata per far provare e soprattutto far perdurare nel tempo le sensazioni dell’innamoramento ;  successivamente proporrà la “contro – pillola” “Disamor”, progettata per chi  da Cupidix non trae beneficio , ma ha bisogno di “debellare la malinconia passiva” derivante da una forte pena d’amore; A differenza dei primi due personaggi, che della vicenda risultano più “vittime”, in quanto consumatori dell’un o dell’altro prodotto, Giovanni è il “produttore non consumante” dei rivoluzionari rimedi: dichiara di non aver bisogno di Cupidix  perché  “già innamorato” della sua Cristina , ragazza per lui perfetta . In realtà ,come si rivela nella narrazione, per lui l’innamoramento comunemente inteso è da evitare come la peste perché è visto come  una deviazione, una patologia incontrollabile. Ed egli, uomo tutto d’un pezzo, uno dei padroni dell’umanità “che consuma” , ciò non se lo può permettere. Giovanni di fatto è l’emblema dell’uomo del presente e del futuro che agisce dichiaratamente PER la sua gente, e proclama che grazie a quelli come lui il mondo sarà migliore. Ma la verità , anche banale se vogliamo , è che a lui interessa DOMINARE SULLA GENTE che è il suo mercato.

Carlo è di fatto l’esplicitazione di Giovanni, cioè quello che Giovanni non ha il coraggio di ammettere a se stesso di essere, una sorta di sua “proiezione “ nella realtà; Carlo svolge un’attività più “normale” e non nasconde le sue debolezze, le vive ,anche se male. Egli ama il Jazz e le Donne. La musica e la femminilità sono in effetti due temi del romanzo che ritornano a più riprese . Ogni capitolo del romanzo è intitolato con un brano di musica jazz che di quel capitolo è visto come esplicito “mood” e colonna sonora ideale; ciò si attua al massimo nelle scene in cui vediamo Carlo alle prese col suo Sax o quando discute con una donna sull’opportunità o meno di tornare a esibirsi dal vivo dopo tanto tempo. E’ nella musica e nella dimensione artistica che  ritrova le parti migliori di se stesso unitamente a un “ritmo” che è sì quello della musica della teatralità ,del tempo narrativo, ma è anche un ritmo, per così dire , “umano”, relazionale. A differenza di Giovanni che concepisce il prossimo come cliente puro, Carlo trova nell’interlocutore un confronto umanitario , che sia una donna o uno spettatore , e dunque ha una necessità di “narrarsi “ ogni volta “senza ripetersi”: è la parte più pura di un uomo pieno di cose da comunicare anche gratuitamente.  Il paradosso della pillola “Cupidix” (prodotta dall’industria cui fa riferimento Giovanni e consumata da Carlo) è che , a conti fatti, fornisce dei benefici solo apparenti ed effimeri: su Carlo la pillola lavora male perché a prima vista la pillola gli dà quell’energia artistica che lo fa suonare divinamente ma poi lo lascia in balia di strane e amare sensazioni(né più ne meno che le DROGHE). Su Giovanni ha effetti ancor più subdoli perché gli conferisce un successo commerciale ma poi egli non ne fa uso perché ritiene che non faccia per lui e, soprattutto, ha effetti troppo benefici sugli stessi suoi dipendenti industriali che in quella condizione non sono stimolati a lavorare e a produrre di più (come le richieste del mercato esigerebbero)  perché ritengono che la vita vada vissuta di più e meglio che non dedicandola alla sola produzione ( in una parola: si liberano dall’alienazione). E questo per un “padrone “ come Giovanni, è inaccettabile. Siamo al paradosso della “tragedia del prodotto”. Qui sembra di sentire l’eco di Fredéric Beigbeder: “La gente felice non consuma….”e del poeta portoricano  Pedro Pietri :“ Sto troppo bene per venire a lavorare…”: gli addetti non mettono più il denaro in cima alla gerarchia di valori che ora è cambiata…è un’essenza rivoluzionaria che andrà castrata con l’immissione sul mercato della pillola antidoto “DISAMOR”.

Giovanni Gandini ha PAURA dei sentimenti VERI che lui stesso con la pillola ha contribuito a rinsavire e che ora gli si possono torcere contro come un boomerang; può solo ragionare con la miopia degli affari e del fatturato che ,se trova soluzioni per lui adeguate, gli regala anche “erezioni matrimoniali”: di fatto parliamo di qualcosa che si rivela DROGA come effetto e DROGA come idea d’affari: in ogni caso non basta mai. Ora sarà il turno della terza pillola immessa sul mercato: “FIDELIX”. che si rivelerà la soluzione finale perché è definitiva per LUI in quanto elimina le tentazioni “devianti”(effetto che si riprodurrà anche per i suoi consumatori). E’ una pillola POLITICA (= versione “medica” del “tutto cambia perché nulla cambi”) e politicamente corretta, democratica e tollerante. Del resto la possibilità di dominare una volta per tutte i sentimenti “disturbanti” la si vede anche  nella nuova storia d’amore di Ada, che si conclude subito dopo un’avventura con un tale Marco ad Amsterdam… si vede la rapidità e la superficialità consumistica che chiede di “passare oltre” senza metabolizzare…come dire che per il futuro non serve il passato, quasi una risposta alle angosce di Giovanni per il futuro.

La forza dello scritto è di affrontare temi abbastanza  consueti ma con  tempi e  modalità tipiche della musica  Jazz ovvero “improvvisative” e di cambio repentino per non dar tregua alla attenzione del lettore e con ,a monte, la musica che detta le leggi, quando sia esplicitamente presente ma anche quando sia solo “sottintesa”. Si dosano quindi il ritmo e la musica che vanno in parallelo con la direzione “posologica” della medicina Cupidix  e del “consumo” necessario alla vendita che ne dà l’essenza. La scrittura è composta spesso da  periodi e frasi molto brevi e a “flash”: emergono la rapidità e una sorta di sinuosità repentina come nel jazz. Si potrebbe dire che il jazz traduce nell’ineffabile quello che non si può razionalizzare (già lo rivelarono gli scrittori ”beat” come ad esempio Jack Kerouack). Louis Armstrong “soffiava” nell’eventuale nota sbagliata affinché diventasse quella giusta: con il jazz di sottofondo, Paolo Pasi si mette nella condizione di non poter sbagliare perché le regole della scrittura vengono create automaticamente da sé senza possibilità di cali di ritmo strutturali; anche  perché, se anche questi ci fossero, potrebbero essere solo quelli evocati  all’interno della trama e non quelli della scrittura dell’autore.

Nello stile narrativo sono presenti anche alcune trovate divertenti quando non addirittura quasi comiche (“Era ancora bello innamorarsi: peccato ci fosse di mezzo sempre una donna” ; “(Uno slogan come) “Innamorati della vita”: a seconda dell’accento può essere letto in diverse versioni” ;“I pubblicitari della carta igienica non è che facciano uso di lassativi” (per dire che chi produce la pillola non è tenuto a farne uso e consumo). Sono sapientemente usati anche verbi molto azzeccati dal punto di vista descrittivo , (ad esempio “Inoculare tristezza” )  e  sinestesie letteralmente molto colorite (“Mare caricato di un blu vivace; ”il sole avrebbe creato la sensualità di un bacio arancione”; la “insensibilità in bianco e nero”) .

A cornice di questa vicenda non poteva mancare l’emblema per antonomasia dell’era “ipnotico – tecnologica” ,ovvero il Televisore: La narrazione si apre e si chiude con l’evocazione simbolica di questo malefico attrezzo che torna non a caso più volte nel corso della storia . Però il curioso invito a “lasciarlo spento”- che a mò di apertura e chiusura del cerchio viene rivolto dall’autore all’inizio e alla fine del racconto -si rivelerà una fallace speranza. Per quanto cerchiamo di liberarcene , in un modo o nell’altro serve come cristallizzazione  di una situazione che si rivelerà evocatrice di un mondo “più reale del reale” con alcuni risvolti ancora una volta grotteschi: “In tv si parlava dell’effetto delle pillole…peccato che la gente la tenesse sempre meno accesa!” Nel grande megastore dove Ada attende di incontrarsi con un’amica, i televisori compongono una sorta di “puzzle” della grande realtà virtuale mentre in sottofondo la realtà va “a tempo di swing”: e forse qui è l’unico momento in cui la realtà virtuale (qui rappresentata dagli apparecchi televisivi ) e la Musica, (la vincitrice morale che tutto potrebbe salvare) si “scontrano” fra le righe.

Alla fine potrebbe vincere  la MUSICA che traduce, come si diceva, in maniera ineffabile i sentimenti la cui autenticità è ormai messa in dubbio strutturalmente perché si è confusa con la meccanicità degli effetti della pillola, andando addirittura oltre la profezia cantata da  Lucio Dalla nel 1990: “Noi volevamo avere tutto quanto calcolato fino a quando abbiam perduto anche il tempo per un bacio”: ora questo “tempo” è stato trovato, ma  solo all’interno di una meccanicità in cui è ormai sottinteso che ciò che conta è essere i primi in tutto e essere “arrivati”. L’amore autentico è ormai “soggiogato” alla chimica e alla tecnica. E infatti il televisore che viene continuamente evocato sin dall’inizio…da spento che era prima , adesso, all’ultima riga del racconto si RIACCENDE ;come se l’autore ci dicesse: “Abbiamo scherzato, torniamo a quella realtà lì che è l’unica che ci possiamo permettere”.

(L.M.)

 

Cop mamma a carico gianna coletti

“MAMMA A CARICO” di Gianna Coletti (ed.Einaudi, 2015)

Che il concetto di “famiglia” cambi con i tempi non è certo una novità; Ora si parla di “Famiglia adolescente”, di “ruoli” non più chiari nel rapporto tra i figli e i genitori, di padri e madri che difendono i proprio figli anche quando (ad esempio a scuola) si rendono responsabili di azioni e frasi quanto meno discutibili…Ma non è una novità neppure che per “corso naturale” , per così dire, i ruoli fondamentali di accudimento tra genitori e figli possano invertirsi. Detto semplicemente, da bambini veniamo seguiti, protetti ,  all’occorrenza anche redarguiti da “loro”…in vecchiaia è probabile che poi tocchi a noi fare altrettanto nei loro confronti. Così succede a Gianna Coletti, brillante attrice italiana, che nella sua opera prima “Mamma a carico”, descrive il percorso finale della vita della mamma Anna che viene affettuosamente chiamata “la mia vecchia”.

Il sottotitolo “Mia figlia ha 90 anni” è in questo senso emblematico: ora è Gianna che deve far da madre a sua madre. Una madre , si direbbe, atipica: in vita sua ha fatto di tutto in maniera quasi ossessiva per fare in modo che la figlia potesse realizzare il sogno professionale che LEI (Anna) non è riuscita a concretizzare in vita sua. Quale sarebbe questo “sogno professionale”? Ora si penserà…il medico? L’Avvocato? No, l’attrice! Proprio uno di quei mestieri che i genitori spesso cercano di “scongiurare” perché “di arte non si campa”! E invece Anna fa di tutto nella vita per donare alla figlia quella completezza artistica che Gianna poi si ritroverà come dono spirituale unita a una grande verve ironica che costituirà il suo “marchio di fabbrica” e che l’aiuterà anche in questo difficilissimo quanto arricchente percorso .

Anna è nella sua fase  terminale; priva della vista ormai da almeno una quindicina di anni , è ormai in balia degli eventi. Solo Gianna costituisce il suo punto di appoggio e di riferimento, il suo aiuto concreto e morale. Anna ha un carattere testardo e volitivo, di fatto non si rassegna alla sua condizione e quello che potrebbe di fatto sfociare in un immobilismo fatto solo di “attesa della fine” ( o , peggio , per dirla con Giorgio Gaber, “quello stupido riposo in cui si aspetta la morte”), si trasforma in una commedia tragica e grottesca al tempo stesso. Gianna si adopra perché la sua mamma viva questo ultimo tratto nel migliore dei modi e utilizza tutti i mezzi possibili, fra comforts tecnologici, badanti, sostegno psicologico fatto anche della sua arte , giochi di memoria, gesti fisici e qualche piccola litigata di “scuotimento”.  La cifra baldanzosa e giullaresca di Gianna, con uno spirito di fondo in bilico fra Bergson e Achille Campanile, stempera e alleggerisce quella pesantezza di fondo che è intrinseca in fasi come questa. (Vedi affermazioni come “La testa (della mamma) non è più quella di prima , ma anche quella di prima non era granché”). E ci sono anche continui giochi di rimando tra il pesante presente e il passato dinamico a sottolineare questa situazione di fondo ( quando si accenna ad esempio ai provini cui Gianna veniva sottoposta in giovanissima età). A contraltare c’è il fidanzato romano di Gianna ,Lorenzo; egli si dimostra molto più pragmatico e un po’ più prosaico di Gianna. Le sue frasi , poche ma efficaci, perlomeno a giudicare dalla narrazione, “risolvono” in maniera lapidaria le situazioni cui Gianna non sa spesso trovare risposte forse per paura o per ,a sua volta, incapacità di rassegnarsi ad alcune evidenze. (“A Già, te stai a invecchià cò tù madre…” ).

A sottofondo della vicenda ci si mettono anche i vari badanti in funzione ausiliaria che Gianna “assume” a seconda delle necessità: Ecco che la vicenda assume tratti quasi comici quando si scoprono piccole “tresche” amorose fra gli stessi e se la badante femmina piange non è per presunte difficoltà con la madre di Gianna bensì…perché la “storia” fra lei e il collega non funziona o non è andata in porto come sperava! Ma la leggerezza di Gianna come autrice e osservatrice dei fatti interviene in queste come in altre meno evidenti circostanze degne di nota; ad esempio quando i badanti cercano di sottoporre alla “vecchia” qualche piccolo corso di lingue straniere (specialmente lo spagnolo) per tenere allenata per quello che è possibile , la mente di lei…e Anna “respinge” grottescamente al mittente l’impegno degli operatori assistenziali con “uscite” come “per parlare lo spagnolo basta aggiungere la “s” in fondo alle parole!”

Comunque sia , il tratto forse più evidente che fa da comune denominatore è questo comprensibile e umano attaccamento alla vita a tutti i costi. Non si vuol lasciare la vita quanto più intensa è stata (addirittura Anna ad un certo punto dice di voler ricominciare l’attività  manuale coi massaggi professionali!); ma a “svelare” , nostro malgrado , gli aspetti più reconditi, ci si mette la psicanalisi: la psicologa di Gianna individua in Gianna stessa i problemi di fondo e non in sua madre: dipende da come vogliamo affrontare le difficoltà. Particolarmente toccante è in questo senso il capitolo dedicato alla “voglia di sognare”, quando il sogno inteso proprio come dimensione onirica del sonno non arriva, è inspiegabilmente assente…e l’autrice – attrice evoca nostalgicamente un Amleto che potrebbe rivelarsi salvifico con la sua consolatrice invocazione “Dormire …forse sognare…” e la cui assenza si rivela quasi una sconfitta da cui non si riesce a uscire e assume proprio le fattezze di una “tragedia” in tutti i sensi: la soluzione unica sarà quella morte che si tenta a tutti i costi di allontanare con ogni mezzo necessario; questi “mezzi” sono da trovare anche fra le righe del libro: a Gianna piacciono le piante , evocatrici di vita e natura e infatti va spesso a comprarle (tra parentesi il racconto si apre e si chiude con l’evocazione del trinomio vita/morte/natura con il riferimento alle ceneri della madre che verranno poste sotto alcune piante, perché la vita non si crea e non si distrugge ma “continua” nella sua trasformazione naturale). Ancora: Gianna vuole CAPIRE, anche quello che razionalmente non si può afferrare, quasi che fosse solo una questione di scienza o di ricette mediche . Nulla da fare. L’unica possibile soluzione è ancora una volta nell’arte. La “sublimazione” la si trova nel film che Gianna gira insieme alla regista Laura Chiossone “Tra 5 minuti in scena”, che riassume tutto e dove  finzione e realtà si confondono: vengono girate in diretta e dalla vita reale alcune scene di Gianna con la madre e vi si sovrappone l’allestimento problematico (di finzione) di uno spettacolo teatrale. Per Gianna questo è il top, potremmo dire “lenitivo”.

Il paradosso è che in questi “continui finali” che finali mai non sono (continui peggioramenti medici della madre che poi si “riassestano” e la fanno migliorare), si stravolge il “tempo” teatrale che dovrebbe costituire la cifra della dimensione allo stesso tempo personale della donna Gianna e artistica della stessa attrice /scrittrice. Il momento liberatorio arriva solo con la morte di Anna. A quel punto però la forza vincente di Gianna sarà aver dimostrato che la “composizione” artistica che sempre trionfa è quella del cuore. Lo stesso cuore che non fa perdere nemmeno per un attimo il ritmo “interno” della scrittura che si traduce nel mantenimento del ritmo della lettura e che fa trionfare sulla morte la “Bellezza” con la B maiuscola. La stessa dimensione che fa affermare a Gianna di fronte alla bara della madre “(Anna) è proprio bella”.

(L.M.)

 

etruria felix

“ETRURIA FELIX” di Melisanda Massei Autunnali (ed. Il foglio, 2015)

 

Vi immaginereste mai una classe liceale non di ragazzi in carne ed ossa ma di gatti? Sì, proprio di felini comuni…bè, forse non proprio comunemente intesi; ma che riescono a fondere le caratteristiche degli studenti di liceo classico (ognuno con la sua propria personalità) con le sinuosità , gli opportunismi e le furberie ,ma anche le tipiche movenze fisiche dei nostri amici quadrupedi “pelosi”. Un piccolo sforzo di fantasia e… eccovi serviti da “ETRURIA FELIX”, terza opera letteraria del ciclo “Progetto Dodecapoli” dell’autrice toscana Melisanda Massei Autunnali.

L’intento di dare una sorta di “summa” storico – archeologica si unisce così ad una gradevole storia che vede come protagonisti la classe di gatti insieme al professor Bellandi, insegnante in carne ed ossa un po’ in bilico tra lo stralunato e il tentativo di essere “tutto d’un pezzo” di fronte a questa curiosa quanto improbabile “combriccola”, cui si rivolge un po’ grottescamente con appellativi tipicamente toscani (“lei là col pel nero”…).

Le caratteristiche feline sono quelle che determinano, di fatto, lo svolgimento del plot narrativo; i gatti( identificati con tanto di nome e cognome come dei veri esseri umani) hanno i loro bio – ritmi e dunque è impensabile che resistano più di un tanto seduti a dei banchi di scuola. Ecco dunque la “curiosità” che proverbialmente può “uccidere” il gatto, in questo caso sprona il professore all’apprendimento sul “campo” con continue gite e visite sui luoghi della storia che una classe di allievi “normali” si limiterebbe ad apprendere sui libri di testo (e ,sembra suggerirci l’autrice, forse è questa anche la “natura” degli allievi di una certa età in cui gli impulsi vitali si fan sentire di più e così potrebbero esser più facilmente appagati). I gatti si fanno notare chi per la diligenza, chi per l’essere scapestrato, chi per la timidezza ( e tra l’altro sono persino ritratti in appendice al libro ognuno con la propria fotografia).

Il protagonista però risulta il gatto Ivano Tussinini , quello più sensibile e intelligente anche se a volte sottilmente presuntuoso, con cui il professore ha una sorta di rapporto “privilegiato”; nella divertente assurdità della vicenda, si tratta del gatto in cui Bellandi trova spinta e motivazione al proprio ruolo in una sorta di dialettica fra “speci viventi”(a volte si può notare anche una chiara intesa “para-verbale”); quello che lo stimola a discussioni culturali che spesso si rivelano l’altra faccia di quelle umanitarie, laddove con altri gatti alunni è più difficile instaurare un dialogo più “ragionevole” . Del resto i gatti hanno spesso occasione di rivelarsi metaforicamente l’altra faccia di scolari classici; ad esempio quando Ivano dichiara la propria natura curiosa come forza motrice per conoscere e scoprire cose nuove. Dalla sua il professore ha buon gioco a incitare gli alunni (e in particolare sempre Ivano) a non arrendersi mai nelle loro ricerche e curiosità motrici anche quando sembrano imprese titaniche; una citazione come la scoperta di Troia da parte dell’archeologo Schliemann , realizzata e portata a termine quando sembrava improponibile , è in tal senso emblematica.

La forza globale del testo è quella di condensare in un racconto divertente e commovente al tempo stesso delle micro – lezioni di storia e archeologia come è dichiaratamente espresso dall’intento di Melisanda ; Il racconto mantiene sempre la sua freschezza e la sua scorrevolezza nell’arco di poco più di 260 pagine, anche se forse qualche episodio risulta un po’ ripetitivo e superfluo e poteva essere “condensato” in altri passaggi. Ogni personaggio , felino o umano, è ben caratterizzato e senza fronzoli; non mancano anche passaggi anche pungenti come il tratto dove Ivano scopre il “Gossip dell’epica” di fronte alla statua di Virgilio , quasi messa lì a bella posta, per ricordargli un momento dell’”Eneide” : l’amore e la fine della storia tra Didone ed Enea, che fa il parallelo con la storia di amore di Ivano e la sua Clotilde, gatta avventuriera incontrata e poi perduta per sempre  durante una delle sue gite e che costituirà il suo cruccio e il suo “tallone d’Achille” all’interno della sua forza e sagacia di rara finezza che lo contraddistingue dai suoi compagni.

Altri elementi simbolici tornano e fondono il continuo gioco di rimandi tra l’irrequietezza,  l’estrema curiosità felina (e dunque la sua dinamicità tipica anche se vogliamo dell’adolescenza) e la staticità “parlante” della storia che non smette mai di comunicarci con la sua voce fatta di immagini e poesia: ecco che dunque il nostro Ivano è capace di emozionarsi di fronte a un vaso etrusco dove si nota una “figura rossa con la terracotta (..) nel ricordo di una storia che tutti in Grecia dovevano conoscere :L’Iliade: Il troiano Sarpedonte colpito a morte da Patroclo…”. La storia parla a un gatto come ad un umano sensibile di oggi ,mentre i gatti risultano anche più perspicaci di noi nell’intuire se un umano dice la verità o meno. E’ il caso del momento grottesco in cui i gatti riescono a far dire al professore della “gita a Perugia” con una ragazza del suo passato e a farlo “confessare” fra le righe anche alcuni particolari che un uomo del suo calibro forse non avrebbe concesso.

 

I capitoli del libro sono introdotti da un verso  o una strofa tratti da alcune frasi di cantautori e la prefazione è affidata al cantautore –attore Franz Campi; la musica d’autore è dunque apertamente un complemento arricchente del retroterra culturale di questa valida e interessante scrittrice – giornalista che porta a termine con questo volume un’operazione tanto originale quanto azzeccata: la storia attraverso l’amore. Non l’amore banalmente inteso ma quello per l’umanità: perché anche attraverso gli animali e l’arte si espleta appieno l’amore per il prossimo. E Melisanda dà prova di saperlo bene e di poterlo comunicare anche meglio.