cop le sorelle misericordia

“LE SORELLE MISERICORDIA” di Marco Ciriello (ed. Spartaco, 2017)

 

Gara, competizione, partita…forse sono parole d’ordine che, nella loro sinonimia definiscono meglio di altre, vorremmo dire, la sostanza della società di oggi ma in realtà sono sempre esistite. Non a caso lo sport è una delle discipline che meglio riassume la dinamica “interfacciale” della modalità relazionale dell’uomo sin dai tempi dell’antica Grecia . Quando poi ci si mette una partita “estrema” destinata comunque vada a essere perduta, come quella con la morte, allora è il momento di fare ricorso  alle armi più estreme o che tali noi riteniamo avere nel nostro “arsenale”. Non è facile descrivere le sensazioni provate nella letture di “Le sorelle Misericordia” di Marco Ciriello. Qua si possono ritrovare riassunte le sfide testé descritte in una situazione estrema e anche perciò ricca di situazioni vulcaniche paradossalmente vissute in una situazione che riporta alla staticità forzata (o ricercata) contrapposta a dinamicità di partenza incarnate dalle due protagoniste:  da una parte da Laura, campionessa di tennis che abbandona inspiegabilmente la finalissima che sta giocando in Australia perché , dice lei, folgorata da una apparizione sacra che la costringe a cambiare improvvisamente vita e visione globale ; dall’altra sua sorella Cristiana , costretta sulla sedia a rotelle dalla SLA , dopo una vita modesta e poco gratificante , che le farà emergere il cinismo e il disincanto che già la accompagnavano prima, ma ora nella sua forma più agghiacciante. Laura dichiara di aver abbandonato i sogni sportivi di gloria per dedicarsi totalmente ad accudire la sfortunata sorella minore.

In realtà , a partire da questo momento, la “partita a Tennis” della attività precedente di Laura sembra cedere il passo ad  un metaforico e  continuo ping – pong tra i diversi atteggiamenti verso il mondo; In apparenza Laura , forte della sua fede , utilizza ogni mezzo a disposizione per aiutare Cristiana a superare il dolore derivante dalla sua condizione; ma Cristiana , non credente , controbatte negando la possibilità di ricerca di qualsiasi “senso” logico della condizione.  A ben guardare forse però, si tratta di una partita competitiva che ora si gioca sul piano della dialettica speculativa di posizioni teoriche e dove la ricerca di aiuto è forse solo un pretesto per “vincere” la partita dell’affermazione personale che ognuno gioca nella consapevolezza che il mondo delle rispettive “vanità” se n’è ormai andato. (Laura non è più di fatto una campionessa di tennis, Cristiana laureata in economia e commercio non ha mai di fatto messo a frutto il suo titolo in situazioni appaganti).

Tutto il resto è un conseguente derivato da queste posizioni di partenza . La sapienza dell’autore  emerge nel confezionare passaggi emblematici dove, in maniera per lo più non didascalica , risplendono  i vari aspetti della questione che concorrono a costruire il “puzzle” della vicenda come un quadro composto da vari elementi ognuno è significativo: si vedano ad esempio, Calvinianamente parlando, la rapidità e l’esattezza e la leggerezza con cui è descritta l’”ultima partita giocata” da Laura che risulta poi essere il suo Match migliore, come una sorta di finale in crescendo di matrice Rossiniana ; oppure alcuni incontri verbali piuttosto coloriti (“Confondere il Credo con lo shopping” , come a risaltare la fede da “supermercato” che Cristiana rileva in sua sorella Laura nel vano tentativo di consolarla). In tutto questo panorama la figura apparentemente “vincente” ma che nel contesto risulta quella più banale è quella dell’allenatore di Laura, Claudio, cinico ed arrivista ,convinto che basti “capire i propri difetti e lavorare duro per eliminarli” per essere un uomo di successo e di risultati. E forse però, dal suo punto di vista, può avere ragione. Perché nel suo mondo non c’è spazio per i dubbi, la sua preoccupazione è che la Laura che ha allenato e costruito come campionessa, torni presto ad allenarsi, non può cedere ai sentimentalismi pur nobili e complessi che  accompagnano la sua pupilla. Il fatto è che nel momento in cui la questione concreta su cosa sia davvero lo sport, ci si accorge che non è lo sport in sé che fa sentire unici, perché più a livelli alti si sale, più si rimane “imprigionati” dal gioco, e forse la banalità del successo è una prigione tranquillizzante e speculare a quella “definitiva” di Cristiana. E’ dunque la fede la chiave della realizzazione? No, neppure questa è la risposta. “Vincere significa accettare” , come dice Roberto Vecchioni in una sua canzone. E dunque se Cristiana non ha altra scelta che accettare la sua condizione che la condurrà alla morte, anche Laura deve affrontare il suo calvario di dubbi che la porterà ad una sottile e sottesa “perdita” della fede per poi magari riuscire a trasformarla in qualcosa di diverso; e dato che le parole più efficaci sono – come in questo caso –quelle meno dirette, consigliamo ai lettori dotati di sensibilità di lasciarsi andare al magico fluire della preghiera che definiremmo “musicale” in cui si azzardano innumerevoli definizioni di Dio all’inizio del quarto capitolo e che precedono il viaggio a Barcellona delle due sorelle. Ma anche ,e soprattutto, al prezioso “interludio” che suona quasi come un soliloquio meditativo dell’autore, sulla definizione degli esseri umani viaggianti sulla “Cattiva strada” ( e anche qui riandiamo con la mente ad un altro esponente della canzone d’autore come Fabrizio De Andrè); e piuttosto che espletare (cosa peraltro moralmente proibita ad un recensore) il finale della storia, preferiamo chiudere il nostro sguardo sulla “scena di perfezione” che vede Laura andarsene mentre Cristiana rimane a guardare incantata e forse non più cinica per la prima volta, i tennisti che liberi nella loro danza elegante, librano i loro corpi non più in una vera e propria competizione ma in un pittoresco quadro di libertà e di serenità, forse ora ad un passo da essere raggiunta dopo tanta sofferenza.

(L.M.)

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