Archivio della categoria: OCCHIO CRITICO – rubrica di recensioni

canzone dell'immortale pasi

“LA CANZONE DELL’IMMORTALE” di Paolo pasi (Spartaco, 2017)

Ponete il caso di essere appassionati di un genere artistico spesso ritenuto dai più “troppo rivolto alle masse” e quindi non considerabile del tutto tale. E immaginate un giorno di trovarvi di fronte ad un’opera letteraria o artistica che non solo nobilita quel genere ma lo fa al punto tale da elevarlo a crocevia risolutivo di una serie di problematiche esistenziali, politiche, sociali. Bene: il minimo che possa capitare è di rimanere sconcertati, a bocca aperta, e a maggior ragione se si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un capolavoro letterario. Paolo Pasi, con il suo “La canzone dell’immortale”, non solo propone una viscerale dichiarazione d’amore per il genere della canzone (o come spesso si dice con malcelato snobismo , della “canzonetta”), ma addirittura- attraverso ciò – riesce a condensare con sapienza olistica (per così dire) le aspirazioni, le frustrazioni, le occasioni mancate e quelle ancora da mancare della mezza età tentando di ingannare in senso lato le umane dimensioni del tempo e dello spazio, quasi si possano bloccare e manovrare a proprio piacere con una maestria i cui connotati  sfuggono persino al lettore più attento. Del resto in apertura di testo si dice che “il tempo è irrilevante”, frase che solo un immortale di livello “tripla A” – come è e si dichiara il protagonista indicato come “LATO A” – può dire. Ma il fatto è che anche l’essenza e i privilegi dell’immortalità sono messi in discussione. E neppure il co – protagonista “LATO B” , il cinquantenne cantautore frustrato del “rating” “Classe B” può dirsi  del tutto “sconfitto” se curiose quanto insperate strade gli si prospettano soprattutto grazie alle geniali intuizioni della figlia .

 

L’ambientazione “planetaria” cui si fa cenno nell’introduzione ( dal “Pianeta eletto” proviene l’immortale del lato A e nel “pianeta delle esistenze perdute”  può essere collocato il mortale del lato B)  ci rimanda apparentemente ad una dimensione di felicità e di infelicità iniziale come i pianeti “FELONA E SORONA” dell’omonimo disco del gruppo “Le orme” del 1973 ; e come tali pianeti assisteremo ad un progressivo avvicinamento dei due poli che però non sarà mai dichiarato e riconosciuto dai protagonisti ,a differenza che nell’lp citato;  Ci troviamo  in una dimensione “trans- globalizzata”, dove i cittadini sono classificati con le stesse lettere del rating finanziario e dove il motto “Credere obbedire competere” rivela una sorta di fascismo come dimensione naturale dell’uomo “vincente” .  L’immortale smentisce le “ingenue visioni” sulla sua condizione, vista dai più come eterna beatitudine, svelando la sua, si potrebbe dire , “noia immortale” (invece che mortale), sempre in attesa di una canzone  che “squarci il velo paradisiaco della sua immortalità”. Condizione analoga e speculare al mortale “Lato B” che nel suo pianeta desolato vive il ruolo per lui avvilente di addetto dell’archivio digitale permanente ,dove si selezionano le canzoni da salvare e quelle da cancellare secondo un inquietante “indice di produttività emotiva” derivante dalle stesse sulla popolazione. Egli vive con una canzone “latente”, cioè da lui composta o abbozzata tanti anni prima ma poi dimenticata , che non riesce a ricordare e lo tormenta.  A trovare una possibile soluzione sarà la figlia Caterina suggerendogli di rivolgersi all’”ospedale delle canzoni” di cui egli fino a quel momento ignora la possibile esistenza: Forse lì troverà la sua canzone “malata”, ma finalmente “ricordata”.

 

In realtà il lato A e il lato B troveranno il punto di incontro nella figura di un compositore – cantore poeta in grado di condensare i reciproci riscatti : Per il “Lato A” quello di scrivere una canzone richiestagli dalla fantomatica immortale Elisia, per il “Lato B” quello di ritrovare la sua canzone e l’atto del suo talento naturale . Come andrà a finire?

“Niente è come sembra” ci ricorda Franco Battiato e qua sembra proprio di essere di fronte ad una serie di certezze che crollano, di veli che si squarciano, anche negli angoli più reconditi del nostro inconscio; Le canzoni, le musiche fanno parte della nostra vita e la questione preoccupante è che ora non servono nemmeno più a vendere ma a “far vendere”  come in una sorta di serie di scatole cinesi della logica commerciale, non come “mezzo”, bensì  come tramite per un ulteriore mezzo; In effetti fra le righe del testo c’è molto da scoprire; a parte le continue citazioni di brani soprattutto cantautorali che Pasi sfodera nel progresso della narrazione (che rimandano ad elementi della vicenda in quanto tale), vi sono dei segnali in codice che non fanno che aumentare l’inquietudine della perversione manipolante di questo mondo “di sopra” : A.Di.Pe. è l’acronimo di Archivio digitale permanente, dove lavora il nostro “Lato B”: letto così ci rimanda alla “crescita della pancia” che spesso contraddistingue la perdita di energia e la pigrizia crescente tipica della mezza età: dunque “comodità” nella pigrizia derivante dalla becera “evasione” delle canzoni stesse: insomma un ente digitale volto subdolamente a “controllarci” e ad “acquietarci”. Solo qualche volta a qualche abitante del pianeta terra capita la fortuna di venire “estratto” a sorte per uscire dalla routine dominatoria e avere una “seconda possibilità”; ma sembra essere il corrispettivo delle vincite al superenalotto o al bingo e quindi che tocchi ad uno piuttosto che ad un altro è, per l’appunto,  solo questione di fortuna.

E’ proprio la richiesta di una canzone- che turba l’imperturbabilità “presuntuosa” dell’immortale- l’elemento potenzialmente “risolutivo” che impedisce di far figurare il “Lato A” come vincitore della vicenda, anche se forse egli non fa granché per mostrarsi tale visto lo scarso entusiasmo che mostra nella descrizione di se stesso lungo le pagine iniziali; ma la sufficienza e la supponenza fra le righe che ad ogni “ripresa” (capitolo) a lui destinata emerge dalla sua loquela ce lo fa diventare irritante ed antipatico ed il fatto, come si diceva, della richiesta di una canzone da parte di Elisia , lo “abbassa” se non fra i comuni mortali comunque ad un piano di “raggiungibilità” e vulnerabilità dove nel nostro intimo lo possiamo già più facilmente accettare.

Del resto lo stesso fatto che i due protagonisti vengano indicati come  “lato a” e ”lato b” induce a ritenerli non due antipodi ma due facce della stessa medaglia, lato vincente e lato “perdente” o secondario, lato divino e lato mortale, in cui,  come in un disco, non è detto che il primo risulti di fatto migliore del secondo

Anche la psicanalisi non può mancare in questa serie di peripezie e dunque al nostro lato “b” è offerta la possibilità di uscire da quello che viene individuato come disagio generale, una strana “terapia” musicale con lo “psicomusico” Chioma. Ma in realtà la scoperta più interessante delle varie “ricerche” che vertono più o meno sull’inconscio è quella che capita all’immortale quando il compositore Taruk rivela quello che forse è il punto cruciale della questione, ovvero che l’ispirazione più profonda e dunque la creatività risolutiva può avvenire solo  nell’assenza, nel vuoto , nella dimenticanza ; il che è paradossale per un immortale che nega importanza o addirittura l’esistenza del passato e del futuro come significative esperienze delle dimensioni; ma tant’è : per uscire dalla “noia immortale o mortale” nulla v’è di meglio della creatività personale e più che dall’esperienza deriva dalla dimenticanza. Citando un successo del disciolto gruppo Aereoplani Italiani: “Non imparare ma dimenticare”!

Pasi forse “toppa” soltanto quando sembra colorire un po’ troppo la dimensione narrativa che arricchisce a dismisura la dimensione cosmica dei due protagonisti, forse nel timore di non dire abbastanza, di non riuscire in una titanica impresa quale è quella che sembra proporsi questo romanzo: la nobilitazione della forma canzone al punto da vederla come chiave di lettura del senso della vita. Ma è innegabile che ci troviamo di fronte ad un capolavoro del genere che, ci permettiamo di “modestamente proporre” tra il serio e il faceto, meriterebbe forse di essere adottato come libro di testo, se non nei conservatori, almeno al Centro Europeo di Toscolano, la scuola per cantautori e interpreti della canzone di Mogol.

(L.M.)

 

cop buonanotte leone

“BUONANOTTE LEONE” di Marina Fedele (ed. Giacomo Morandi editore,2016)

“BUONA NOTTE LEONE” di Marina Fedele (ed.Giacomo Morandi editore, 2016)

 

Qualche tempo fa commentando l’estetica di un telegiornale della RAI si parlò di “panino”. Con tale denominazione si intendeva una modalità di informazione caratterizzata da una sorta di schema A – B – A dove “A stava per la parola affidata alle voci “governative” e “B” a quelle di opposizione, quindi con il fattuale “vantaggio” di 2 a 1 per le “controrepliche” di stampo governativo.

Chissà se lo schema del “panino” può funzionare anche per l’effetto reso da alcune opere letterarie dove , potremmo schematicamente dire, si “parte bene” per poi “cadere” e salvarsi in corner solo verso la fine dello scritto. A noi personalmente pare questo il caso del romanzo “Buonanotte leone” della scrittrice Marina Fedele. In una Italia  del dopoguerra che ancora , nonostante il boom economico, stenta a trovare una dimensione di stabilità , si susseguono le vicende di Nina, ragazzina irrequieta e ansiosa di conoscenza e di vita, affezionata al padre e allo zio che troppo presto se ne vanno dal mondo lasciandola rabbiosa (specialmente con quel Gesù che mamma e insegnanti le insegnano essere tanto buono) e persa nei suoi meandri di eterna sognatrice, poco ligia ai doveri scolastici e agli “schemi” tradizionali. Da lì comincerà il suo “viaggio di formazione”  scandito più che altro dai vari uomini che incontra sul suo percorso , e accompagnata dalla presenza reale ma allo stesso tempo simbolica del suo leone di pezza che un po’ le ricorda la sua infanzia e un po’ la conforta prima di mettersi a dormire come una sorta di coperta di Linus che anche da adulta le tiene compagnia.

Non riteniamo necessari ulteriori elementi per dare l’idea della “fabula” dell’opera, leggendo la quale poi ognuno potrà farsi la propria idea.  Ci pare invece interessante rilevare, come si accennava, una bella ambientazione iniziale evocata dalle canzoni degli anni ‘ 50 “nate per dimenticare una guerra poco lontana” e la metonimia a tinte rapide dei piedi danzanti che ne seguono il ritmo e la dinamica, mentre la colonna sonora preferita di Nina resta il valzer lento della Chapliniana “Fascination”; Il movimento artistico e leggiadro della danza si trasforma però ben presto nel movimento reale del trasferimento per lavoro del papà di Nina , che confluisce poi nel moto interiore tormentato della ragazza e delle sue vicissitudini successive. A partire da qui, la dinamica che si preannuncia interessante prende però una piega a nostro parere stanca e prevedibile, con periodi grammaticalmente molto spezzati e non molto distanti tecnicamente dai “pensierini delle elementari” e con episodi forse più interessanti nell’ambito della soap opera che non nella letteratura da romanzo. Ogni episodio è dedicato all’amore di turno ,si chiami Marco, Alessio, Diego o Alessandro, ognuno con il suo fascino e le sue beghe, nessuno che risalti o brilli per significative doti o caratteristiche, ma tutti cadenzati da una narrazione molto “tipica” e a volte frammentaria, con qualche eccesso didascalico e descrittivo (“abbastanza bene non vuol dire tantissimo” “cosa difficile ,molto difficile e più il tempo passava e più diventava difficile” e così via).

Solo verso la fine, quando anche l’ennesima avventura di coppia si rivelerà sostanzialmente un fallimento, la narrazione sembra “risollevarsi”, quando un giorno Nina viene a sapere per caso del ricovero dalla cugina Silvia, volontaria in una clinica privata, del ricovero di Marco, quell’amore impossibile o forse “impossibilitato” dalle origini causa allontanamento geografico forzato per lavoro. Marco vi si trova per una malattia rara accompagnata da una forma depressiva: il reincontro fra lui e Nina, dopo tanti anni , per la delicatezza del racconto e per l’attenzione riservata ai dettagli , alla fluidità dei sentimenti , ci sembra ciò che “riscatta” con dignità il resto del romanzo, che per il resto appare più un’occasione mancata, un tentativo un po’ goffo  di tracciare uno spaccato di vita quotidiana su un’Italia del dopoguerra su cui molto è stato detto e molto ci può essere ancora da dire , ma in merito a  cui, francamente, ci pare sia stato realizzato di meglio.

(L.M.)

Cop Paola Leye Grandi

“OSSA ,CAVERNE,LUPI,AMORE, TUTTE COSE SPAVENTOSE” di Paola Leye-Grandi (ed.La congrega delle ossa di Baubo,2016)

 

Avere paura può essere anche un’arte, che si impara a gestire . La poliedrica Paola Leye – Grandi , nella sua raccolta di frammenti lirici sembra esprimerci in sostanza questa perla di saggezza. Nella consapevolezza della transitorietà terrena Paola va alla ricerca cesellata e disperata ma piena di amore per le persone e gli elementi a sé circostanti, del lampo concreto da cui il senso profondo delle cose “accorre” simbolisticamente a salvarci . La poesia di Paola si fonde in un tutt’uno con le sue descrizioni, quasi non c’è soluzione di continuità tra gli elementi e le parole , specialmente quando si evocano corpo e terra da cui non si vuole avere scampo perché di quello siamo fatti e a quello sempre si ritorna, sembra dirci Paola fra le righe . Nella continua diatriba tra carne e ossa, tra cui sembra quasi dimenarsi il nostro istinto primordiale, il segno che possiamo lasciare alla madre Natura è affidabile ai due sensi principali come la vista e l’udito: Le ossa di Paola si ordinano, nell’ombra della notte, visivamente  in “ideogrammi” e acusticamente nella trama sonora della musica sprigionata dalle ossa, quasi uno strumento percussivo che , come nel “Somnium Scipionis” di Cicerone, ci può forse riavvicinare pacificamente all’universo di cui facciamo parte. Del resto una custode soprannaturale c’è anche in questo caso: E’ la Dea Baubo, come spiegato nelle note finali, una dea antecedente alla mitologia greca , dea dell’”osceno, cioè di ciò che non può essere messo in mostra , che non può essere visto, dell’occulto”. E sotto la protezione di Baubo, Paola scava e scarnifica fino all’osso (letteralmente, potremmo dire) , il mistero del nostro essere per cui però vale sempre la regola della trasformazione e non della distruzione. Paola usa spesso i colori del buio, all’ombra del quale ,come direbbe Céline, accade tutto ciò che è importante. Anche due estremi come Humus e Diamante (presenti nel brano “Ogni notte”) fanno parte dell’eterna dialettica dove ci si salva e ci si risveglia ogni mattina “nuovi”.

Ogni scoperta di se stessi però ha bisogno di cura, di amore, e di segretezza…e allora la Caverna è il luogo di mistero e conoscenza per antonomasia dove Paola trova se stessa, forse un suo doppio e “neutralizza” gli esseri spaventosi come i lupi, il cui aspetto terrifico è forse però l’altra faccia di una conoscenza di se stessi tanto tenuta quanto anelata. E Paola aggiunge la sua personale “ciliegina sulla torta” con una serie di fotografie che la ritraggono in pose diverse e in compagnia di un teschio quasi a complemento dinamico della celebrazione del corpo come bene prezioso o semplice contenitore di un’anima che fatica a trattenersi in un luogo e dunque ha necessità di “traboccare” anche visivamente; non a caso è nominata più volte la danza come proiezione vitale delle preziose parole finemente ricercate e con cura scelte dall’artista

E la morte? L’appuntamento ineluttabile per tutti? A chi dice che sia “sinistra”, Paola risponde con un prodigio linguistico affermando che essa è “A sinistra”, “un passo indietro, educatamente a chiudere le porte”. Forse uno dei messaggi più criptici dell’autrice ma intuitivamente si può vedere il rispetto nei confronti dell’inevitabile, come rispettosa è l’intera operazione di Paola che sa nella sua poetica trasformare le ossa in flauti o in Balafon e colorare di fluttuante musicalità l’essere profondo di cui ognuno di noi è fatto. E l’arte di avere paura di cui si diceva all’inizio può essere una compagna di viaggio arricchente grazie alla quale se si è curiosi, assetati , fiduciosi di se stessi, “in cima all’orizzonte vedremo il fondo del pozzo”, in un gioco di continui capovolgimenti di prospettive cui solo l’intuizione sensibile, più di tanto cervello, può dare una risposta di pace e di scoperta di se stessi.

(L.M.)

cop fratello john

“FRATELLO JOHN, SORELLA MARY” di Marco Ehlardo (ed. Spartaco,2016)

 

In un momento dove il tema degli emigranti e degli extracomunitari sembra tenere banco un po’ ovunque, ben venga, si potrebbe dire, un’ipotesi di punto di vista non molto spesso considerato perlomeno dagli organi “ufficiali” dell’informazione e di altra letteratura. E dunque chi meglio di un operatore sociale come è stato Marco Ehlardo, autore napoletano, per offrirci un’esperienza che sicuramente attinge anche al suo vissuto, in un campo difficile e problematico quanto affascinante e intricato. “Fratello John, sorella Mary” è per l’appunto un “rendiconto” dell’alter ego dell’autore Mauro Eliah. Il protagonista ci accompagna, per la seconda volta, nel suo mondo costellato di fatti e personaggi tragicomici ai quali viene offerta la possibilità di raccontare il loro personale punto di vista . Incontriamo così una coppia di  migranti africani, il John e la Mary del titolo che cercano protezione e aiuto come anche la piccola Flower, ragazza madre che dalla Nigeria si trova a dover compiere un viaggio forzato dopo la morte dei genitori, all’interno di una vera e propria tratta di prostituzione ad opera di misteriosi uomini di sporchi affari. E tocca dunque a Mauro essere il punto nodale, per così dire , dello svolgimento di tutte le peripezie, umanitarie e burocratiche necessarie tra mille difficoltà , dell’associazione di accoglienza in cui opera. La sottile ironia -che spesso si muta in giustificato sarcasmo – con cui propone il racconto delle vicende come io narrante ci aiuta a districarci con leggerezza ma anche con rabbia nei meandri di una difficilissima realtà quasi fossimo noi stessi a doverne assumere i ruoli attivi e di mediazione.

Ed è proprio in questo viaggio che abbiamo occasione di renderci conto e qualche volta magari sorridere in maniera agrodolce di figure che dovrebbero operare in tal senso ma che spesso si rivelano inadeguate e  quasi burlesche. In primis l’imprenditore che dice di sposare la causa dei migranti e propone l’idea di inaugurare una mensa per loro ma non ha intenzione di metterci neppure un centesimo per la sua realizzazione; oppure Federico , figlio di famiglia più che benestante disoccupato “per colpa del neoliberismo” ma che con i suoi ideali di comodo di estrema sinistra si vanta della sua associazione che si limita a “monitorare che chi gestisce i progetti di accoglienza lo faccia in maniera umana”; la sua figura è un po’ stereotipata ma perfettamente vincente nel lampo di scrittura e costruzione comica del personaggio. Troviamo poi l’operatore sociale Mohamed, pieno di determinazione e di buone intenzioni ma con un carattere troppo “multitasking” per essere del tutto presente e affidabile. E poi l’assessore comunale “più fumo che arrosto” che parla e “predica” molto bene ma che nei momenti difficili, invece di essere presente e d attivo, si allontana . La comicità fra le righe però non manca anche quando si sciorinano i vari nomi di associazioni e gruppi musicali che richiamano un po’ il Nanni Moretti di “Ecce bombo” : Associazione “8 luglio”, associazione “8 febbraio”, il gruppo musicale  “Fanculo a tutti” , l’associazione “I rifugiati e le rifugiate sono nostri fratelli e sorelle” . E lo stesso Nanni Moretti può esserci d’aiuto con il suo accorato monito “Le parole sono importanti!” quando Mauro ci ricorda l’impellente necessità di chiarire il significato vero delle parole , ad esempio chiarendo  la distinzione netta tra ciò che significa “migranti”  e ciò che rappresentano i “rifugiati” o i “richiedenti asilo”. Forse uno dei principali richiami del testo è proprio sull’importanza della parola e del modo di comunicare che è estremamente difficile in un ambito (ma non è il solo) dove tutti sembrano preoccupati più di affermare il proprio ego e le proprie esigenze di sopravvivenza o di arrivismo che di “parlarsi” ; anche la difficoltà di comunicarsi in lingue diverse (in questo caso fra l’io narrante e i co – protagonisti del titolo) può rientrare in questa logica. A contraltare e a “stemperare” il tutto ci salva però l’ironia spesso ,come si diceva , a livelli comici; anche il ritmo “spezzato” e scoppiettante dettato dalla brevità dei 52 capitoli che compongono il libro e che tra il ritmo rapido ma non frettoloso della narrazione, propongono anche delle “chicche” di genialità come la “tapparella razzista” dell’appartamento dove risiedono alcuni extracomunitari che sembra rompersi una volta a settimana e perciò scherzosamente ipotizzata tale. Tale ironia tocca punte estreme ma purtroppo realistiche quando si accenna ai corsi di integrazione che si dicono studiati apposta per favorire l’inserimento dei “fratelli”, ma che poi si rivelano dei semplici corsi di ballo o di musica d’insieme, rispettabili se si vuole ma non proprio finalizzabili ai nobili scopi che a parole si dice voler ottenere….

A suggello di tutto , ci pare notevole l’idea di inserire qualche excursus dettagliato come quello dove Ehlardo descrive un frammento di Napoli con desolata precisione e dove la geografia mista a storia e osservazione della vita attuale costituisce il cuore dell’amarezza di fondo della vicenda narrata: sembra quasi di sentire l’eco di una canzone di Edoardo Bennato del 1974 (“TIRA A CAMPARE”) dove descriveva la sua Napoli:

Sì è bella lo so che è bella
è la mia città…
Sì è stanca ed ammalata
e forse non vivrà…
Sì lo so che va di male in peggio
sì lo so qui è tutto un arrembaggio
qui si dice tira a campare
tanto niente cambierà… si dice:
Tira a campare
non cambierà
tutto passa bene o male
ma per noi non cambierà… si dice:
Tira a campare… non cambierà
tutto passa bene o male
ma per noi non cambierà…”

E chissà se Marco Ehlardo ha avuto nel cuore questo stesso sentore nello scrivere il  “resoconto” trasposto nel suo Alter Ego. Anche perché la conclusione non porta tranquillità nel seguire le “ultime ma non ultime” peripezie di Flower, il personaggio forse più inquieto ed inquietante dell’intera vicenda che non porta ad una risoluzione ma ad un continuo ricominciare da capo del suo interminabile viaggio, che è forse lo stesso viaggio di tutta l’umanità qui descritta : chi decide di intervenire si trova di fronte a continui muri di gomma che non sfociano quasi mai in vere e proprie soluzioni forse perché più che di risoluzioni si parla di affermazioni personali o di salvezza personale senza mai un vero e proprio occhio globale. E nel chiudere il testo ci domandiamo se forse non sia il caso di unirci alle constatazioni di Umberto Galimberti a proposito della vittoria della tecnica e della tecnologia sull’umanità che qui potrebbe apparire un fuori tema ma non lo è fino in fondo, se sempre di sopraffazione dell’uomo sull’uomo – per un verso o per l’altro – si va a finire di parlare: “Che fare? Nulla. (…) Perché parlarne allora? Per esserne almeno consapevoli”. E in un’importante consapevolezza, Ehlardo ci conduce e fa la sua parte.

 

(L.M.)

 

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“LA PROPRIETA’ TRANSITIVA” di Nelson Martinico e Federico Ligotti (Ed. Spartaco , 2015)

“Una spirale da cui non si esce”. E’ questo il giudizio sintetico e freddo che ci sentiamo di dare , atrofizzati e sconvolti dalla lettura di un romanzo crudo e insieme composito come “La proprietà transitiva” di Martinico e Ligotti. La casa editrice Spartaco si dimostra ancora una volta coraggiosa, innovativa e ardita nella scelta evidente, perlomeno nella sua collana “Dissensi” , di promuovere opere complesse, di autori talentuosi e le cui trame , nella loro fittezza , sciorinano argomentazioni non scontate e intricatissime, ai limiti dell’universalità che come nell’”Aleph” di Borges viene ricercata , si direbbe , per spiegare la realtà nella sua totalità da qualunque punto la si prenda . Per una specie di paradosso, a volte gli argomenti che in altri tempi sarebbero potuti suonare come scomodi o scandalosi, in molti dei testi di tale collana appaiono più che altro delle “sfide” , quasi delle barriere di fatto già superate o che si stanno per superare ma di cui resta ancora la parte più delicata da sviscerare e da elaborare con la complicità o forse la competizione col lettore che indirettamente è invitato a essere parte di tale arduo compito.

Ebbene : nel testo in oggetto il tema scottante della transessualità è in certo senso estremizzato perché letteralmente portato “al potere”. In un’immaginaria (ma forse non troppo) Italia futura dell’anno 2040 assistiamo alla scalata alla presidenza del consiglio dei ministri di Alessandro Giacobbe, transessuale abbandonato dal padre in giovane età e rimasto altrettanto presto orfano di madre. La “matassa” che si dipana lungo le oltre 200 pagine è sostanzialmente la storia in retrospettiva e in prospettiva della sua vita dall’infanzia atroce alla scalata al potere che può veramente dirsi , come suggerito dal dorso di copertina, una rivoluzione utopica. L’ambientazione tra la Sicilia tipica della mafia spietata e dominante e Roma non solo capitale d’Italia ma anche “centro” di manipolazione del potere, è emblematica e “racchiude” in senso  quasi costrittivo e depressurizzante i personaggi che paiono rincorrersi in una gara spietata al dominio e anche alla sopravvivenza. Le trame che si intrecciano sono tante e la suddivisione in tanti brevi capitoli con ogni volta un narratore e dunque un punto di vista diverso, non lascia alcuna tregua al lettore che di volta in volta è costretto ad assumere in rapida successione , i panni e gli “occhi” di ogni io narrante (dal protagonista alla madre, dallo zio deputato all’investigatore nuovo compagno della madre del protagonista; qualche volta addirittura il racconto è descritto coi semplici dialoghi dei personaggi in scena senza descrizioni di narrativa).  Il futuro forse utopico e apparentemente un po’ surreale ma dove si riconoscono elementi realistici è di fatto dominato da un benaugurante “Concilio Vaticano III” che apparentemente apre le porte anche a persone secolarmente emarginate (salvo poi capire che anche qui ci sono dietro i soliti giochetti opportunistici) e dal movimento politico “liberalsocialista “ cui fa capo lo stesso Giacobbe. E’ da vedere se le premesse di un futuro che si auspica rivoluzionario in un modo abbastanza anti tradizionalista poi porteranno ad un lieto fine o ad una  sospensione  dove la parola fine non può mai essere del tutto scritta perché il mondo , realista o utopista, è sempre in evoluzione.

Davvero tanti gli spunti offerti da questa opera che non esiteremmo a definire quasi monumentale (non per la lunghezza, relativamente contenuta), ma per i colori incredibili che le strade della narrazione sprigiona nella crudeltà dei fatti narrati come nella grande umanità anche negli aspetti più scandalosi (nel senso tecnico , non moralistico del termine). E al di là dell’idea che ogni lettore si può fare lasciandosi letteralmente permeare dalla violenta cascata di sensazioni che l’opera propone, resta la sensazione di impotenza di intervento, se non a carissimo prezzo, su una realtà che fra le righe dei dettagli è “pennellata”

in maniera imprevedibile e spiazzante. Un brivido ci percorre la schiena a pensare che in apertura di libro si faccia riferimento a un cantautore di mezzo secolo prima per spiegare il soprannome del protagonista  ovvero “Princesa”, come  il titolo della Deandreiana canzone; del resto anche la denominazione “TRANS “ giocata anche sull’assonanza con “Trasformismo” può essere vista come la chiave di lettura di tutta l’opera: quello politico che naturalmente la fa da padrone tra schieramenti che assumono nomi inquietanti e fa da paravento agli omicidi mafiosi che cadenzano quasi con una loro musicalità dissonante il ritmo “trivellante” della vicenda narrata. Ma anche i nomi di alcuni piatti tipici della località preparati da un ristorante gestito da un mafioso che si “mutano” in un gioco di parole : il “Salmì” culinario è anche il soprannome di un mafioso , uno dei tanti da eliminare nella terra del “dominus” Don Ignazio Raisi che padroneggia il destino della popolazione di quel lembo di Sicilia in mano alla mafia. La trasformazione che fa più paura ai potenti è quella della cultura, di cui il ragazzo Sisinno si fa portatore nel tentativo riuscito di uscire dalla sua condizione di apparente minorato; con lo studio del latino e della letteratura classica in cui si rivelerà un portento – con grande orrore del padre che lo vorrebbe  ignorante e obbediente-   assume un riscatto emblematico ,al punto di diventare il consulente cinico e spietato di Giacobbe: la sua intelligenza e la sua cultura lo spingono ad una idea determinante: l’introduzione della patente di voto per “scremare una buona fetta dell’elettorato tradizionale”; anche questa è una trasformazione della tecnica della democrazia e dunque delle TESTE pensanti: chi ignora alcune nozioni delle funzioni dello stato verrà escluso dal voto in modo da trasformare la realtà e approvare un cinico riavvicinamento tra Chiesa e cittadini, per neutralizzare fenomeni di corruzione come il voto di scambio! E questo, nei piani quasi riusciti di quello che sarà il nuovo presidente del consiglio, porterebbe al recupero e al ritorno di elementi che ormai sembravano irrimediabilmente perduti: la lentezza, la poesia e forse la felicità. Una sorta di “omeopatia” al potere che fa quasi il paio col cinismo con cui Quinto Tullio cicerone suggeriva nel “Commentariolum Petitionis” i trucchi per condurre una efficace campagna elettorale e vincere le elezioni. Insomma ,come si diceva all’inizio: per un verso o per l’altro, da questa spirale reale non se ne esce. Sembra quasi obbligato dunque “fottersi” anche per una rivoluzione utopica che ancora più cinicamente, se possibile, conclude per due volte la sua parabola con le due parti , quella “giusta” e quella “sbagliata”, se vogliamo semplificare , che si autostimolano ciascuna al proprio interno a portare avanti il compimento dei piani o della vendetta citando in maniera inquietante il Primo levi di “Se non ora quando?”

 

L.M.

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angolo

“CANZONI ALL’’ANGOLO” di Luigi Mariano (“Esordisco” – 2016)

Questione di prospettive: potrebbe essere questo il senso (se non forse il sottotitolo) dell’operazione intrapresa dal cantautore Luigi Mariano con questa sua seconda opera discografica intitolata “CANZONI ALL’ANGOLO” , a distanza di 7 anni dal suo disco d’esordio “Asincrono”. Diversi punti di vista sul mondo e sulle sue essenziali fenomenologie e manifestazioni tracciate in 11 brani firmati quasi tutti dall’autore. Tale percorso ci rivela un uomo in continua e costante ricerca di se stesso e della propria dimensione continuamente giocata tra il bilico della precarietà esistenziale e la necessità di trovare una consacrazione poetica nel senso letterale della propria concezione del rapporto arte –vita. Semplicità e tradizione si fondono però in maniera quasi alchemica con soluzioni forse non sempre sorprendenti ma tutt’altro che scontate soprattutto dal punto di vista dei testi, che spesso propongono un punto di partenza incuriosente per poi approdare a una “soluzione finale” di maturo realismo senza per questo arrivare al tradimento delle proprie posizioni.

L’attacco è eloquente: Luigi afferma senza mezzi termini , di avere in corpo “MILLE BOMBE ATOMICHE”: su un ritmo di medium – rock l’autore esprime, con rabbia trattenuta e desiderio di conoscenza infinita perennemente dichiarato (si ricordino le sue parole nel disco precedente “Questo tempo che ho non mi basterà , troppa sete di conoscere…”),  il suo disagio di fronte all’apparente caos del mondo che però viene subito racchiuso in una domanda ossessiva che torna a mò di ritornello :“Dov’è l’errore nel tuo passato?” come ci fosse un continuo “ping – pong” fra il personale e il collettivo che è poi la dicotomia eterna dell’uomo di fronte all’universo che per spiegarselo, tende a cercarne possibili leggi chiarificatrici e ordinatrici. E infatti il Nostro arriva un giorno a “disinnescare” le proprie bombe, perché la sua “tragedia” sarebbe proprio farle esplodere per ripudiare “ciò che sei”: Quella rabbia tanto motrice quanto indispensabile si risolve in due possibili strade: quella del filosofo – uomo comune che si rende conto che “qualsiasi cosa FA BENE E FA MALE” e quella dello scienziato che quelle leggi del cosmo le cerca e passa la vita a tentare di definirle, ma da un punto di vista molto particolare: “COME ORBITE CHE CAMBIANO” è infatti  una romantica descrizione dello scienziato Stephen Hawking, recentemente celebrato dal film “LA teoria del tutto” che, affetto da sla, descrive il suo punto di vista sull’universo, nel tentativo di spiegarlo nonostante la sua posizione di forzata immobilità fisica; e si direbbe che , in maniera quasi cristologica , accolli  su di sé e sul suo corpo che lo intrappola, la responsabilità di quel “fuoco” universale che maledì la terra e l’umanità riempiendosi di comete che non tornano più”; ciò nonostante, l’uomo resta consapevole che un’equazione che possa spiegare la “teoria del tutto” non possa spiegare quella basilare legge universale che è l’amore.

L’anima più grottesca e ironica (a dire il vero in questo disco un po’ messa da parte e meno presente rispetto al precedente), emerge in due quadretti situazionistici :“SCAMBIO DI PERSONA” e “L’OTTIMISTA TRISTE”; il primo tratteggia su un ironico “rock blues” le sfortune di un povero avventore accusato di un crimine (poi scagionato) a causa delle sue idee di uomo, che poi finisce in politica e contro la sua aspettativa  si ritrova eletto presidente; fuggendo anche da tale carica, torna a casa e trova sua moglie sul parquet sorpresa in amplesso con il commissario: una divertente metafora forse anche per celare la crisi di identità cui è costretto un uomo che cerca di essere solamente se stesso ma scopre che a stento ciò è possibile nella società mediatica che fa smarrire la propria autenticità;   il secondo invece sembra riscattare la posizione descritta nel precedente: con un po’ di ottimismo , corroborato anche da “sporcature” dialettali , si può comunque trovare il riscatto della semplicità , dell’uomo senza particolari pretese cui basta poco per tornare a sorridere ad esempio una birra, gli amici al bar…

Del resto è necessario , si direbbe, trovare delle vie d’uscita ma soprattutto di risoluzione pratica se troppe cose nella vita restano irrisolte o incompiute; attraverso la metafore di un concerto di cui si fanno le prove tecniche ma poi per varie ragioni , non avrà mai inizio, “ALLA FINE DEL CHECK” si rivelano le delusioni delle più grandi aspettative della vita: scoperte che non si fanno, baci che non arrivano…ed è efficace la figura dell’artista che non può salire sul palco perché il pubblico, per varie ragioni non arriva, o perché piove o perché “non è stata fatta pubblicità”, e sono cose che chi è nel campo conosce bene, ahimè…

 

Il “maturo realismo” cui si accennava in apertura è dettato comunque dalla posizione insieme privilegiata e di inferiorità apparente che relega l’artista “all’angolo”, come dice il titolo dell’album e della canzone omonima. E’ da questa prospettiva , comprensiva di significati diversi e “cosmici”,  che emergono le visuali variopinte e allo stesso tempo complete del Nostro: l’angolo è quello del cantautore o del poeta relegato nella nicchia, di cui spesso ci si stufa, salvo poi rendersi conto che la celebrità è forse un rimedio peggiore del male da cui si sospetta sia meglio rifuggire per mantenere la propria autenticità; è l’angolo del ring dove si sta come dei pugili suonati, da cui però si vedono meglio le cose in una visuale “a ventaglio” ; del resto Luigi si rende conto, come dice in “QUELLO CHE NON SERVE PIU’”, che “mettere tutta la vita in un secchiello” equivale a “non vivere” ; meglio mantenere un bilico scomodo che permetta di restare all’angolo e quando lo si crede , mettersi in cammino  e forse non tornare più, come si dice alla fine del disco nel brano di chiusura “L’ORA DI ANDAR VIA”.

 

Musicalmente prevale, come si diceva, l’atmosfera rock cantautorale curata ,tra gli altri, dalla sapiente supervisione di Alberto Lombardi , già presente nel disco precedente, che arrangia anche un arricchente quartetto d’archi in un paio di brani; Si alternano dunque in maniera sapiente e dosata auree “forti” ad alcune più dolci soffuse e delicate che ben sia amalgamano, al netto di qualche soluzione strumentale di gusto un po’ discutibile (ad esempio l’introduzione di sapore un po’ “lisciaiolo” affidata al sax soprano in “Quello che non serve più”). Le presenze di “guest star” come Simone Cristicchi, Mino De Santis e Neri Marcorè sono certamente un valore aggiunto ma non riteniamo che Luigi abbia bisogno di “supporti” di sorta per rimarcare il suo valore artistico che con questa seconda prova cantautorale conferma il suo spessore. Il disco , che tra l’altro omaggia uno dei modelli di riferimento dell’artista con una cover di Bruce Springsteen “IL FANTASMA DI TOM JOAD”, consacra questo artista nel novero della tradizione cantautorale italiana secondo modelli classici che ci regalano piccoli gioielli addentrandoci nei quali troviamo perle di saggezza e di poesia che confermano una maturità artistica ormai acquisita. Quello che lascia un po’ perplessi è semmai , conoscendo alcuni modelli di formazione del nostro, la carenza di spirito dinamico e duttile in senso della “teatralità” della canzone che stavolta , rispetto al disco precedente, ha ceduto un po’ il passo a ritmi e dinamiche più intimiste privandoci così del lato più “agguerrito” e ironico che in un Luigi Mariano potrebbe fare la differenza e accattivare meglio l’ascoltatore. Un cd comunque godibile ,che si ascolta volentieri dall’inizio alla fine, sia pure con un alone interrogativo per ciò che l’opera sarebbe potuta forse risultare con un pizzico di “audacia” in più.

(L.M.)

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“TORINGRAD” di Darien Levani (ed. Spartaco, 2016)

“ATTIMO, FERMATI , CHE SEI BELLO!” esclama il Faust di Goethe  per sottolineare la rarità dei momenti felici che arrivano e passano rapidamente nella vita. Chissà se Darien Levani, autore di origine albanese ma da tempo vivente in Italia, aveva in mente proprio questa immagine nello scrivere l’introduzione del suo “TORINGRAD”, romanzo ambientato tra l’Italia e l’Albania.  “Come fai a riconoscere la felicità mentre la stai vivendo e sussurrare a te stesso “Ora fermati sii felice”?”. Così esordisce la narrazione , ma nessuno si illuda di intraprendere un percorso di sapore “new age” o di facili soluzioni delle proprie ricerche personali. Tutt’altro è il mondo che ci si prospetta in questo viaggio violento e inquietante in mondi “sotterranei” ma non troppo. “Toringrad” è il curioso nome che Drini, , ex studente universitario, decide di conferire al suo bar che apre nel capoluogo piemontese, che si rivelerà anche un “centro” di incontri e affari loschi in cui si ritrova coinvolto suo malgrado dopo che il cognato, Petrit, viene arrestato: dovrà dunque essere lo stesso Drini a intervenire nel complicato e rischiosissimo giro di “consegne” di droga. Da qua si snocciola un mondo terrificante pur nella sua relativa prevedibilità, dove incontriamo prostitute, slot machines, ex – poliziotti che fanno la cresta sul guadagno delle donne di strada, ma soprattutto assistiamo alla “formazione suo malgrado” di quello che forse sarebbe voluto essere un “ragazzo tranquillo” . Non c’è traccia qui di facili o affannosi tentativi di distruzione di luoghi comuni secondo cui certe “civiltà” sono portate a un certo tipo di attività criminali piuttosto che ad altre; non è questo il tema trattato, anche perché caso mai tali convinzioni si auto distruggono o si autoalimentano a seconda di come si voglia leggere la vicenda che peraltro coinvolge anche attori di varie nazionalità (a cominciare dagli italiani). E oltretutto sin dalle prime righe del testo l’autore sembra “metterci in guardia” in merito quando accenna all’aiuto che gli Albanesi diedero ad alcuni italiani sfuggiti alla barbarie nazista durante la seconda guerra mondiale. E forse non occorre aggiungere altro per chi voglia intendere.

Ma quello che può per noi essere più interessante è notare la lucidità fredda e spietata che non trascura una dolcezza fra le righe, di questo io narrante: rigido e fermo nel descrivere la matematica , potremmo dire, del mondo con cui ci si trova costretti a fare i conti. Prima di tutto perché essenzialmente di soldi si parla, (e sui calcoli non si può discutere; nel caso, le armi sono sempre dietro l’angolo), ma poi anche perché tutta questa realtà costruita su ricatti, odio, prevaricazioni come ragion d’essere, non ammette alcun tipo di sgarro; o peggio, sembra non aspettare altro per potersi vendicare su chi quegli sgarri te li fa per “arrivare prima di te” nel senso lato del termine. Si potrebbe dire che è  un ‘umanità che ha bisogno del prossimo per poterlo fottere.  E allora bisogna scavare nel tufo della narrazione per trovare i lampi di umanità e di intelligenza sensibile che distinguono Drini dal mondo dove è costretto a sopravvivere più che a vivere. Alcune osservazioni come “C’è gente che non riesce a capire che controllare il territorio non serve più a niente” mettono in luce la lapalissiana constatazione che anche nel mondo parallelo dell’illegalità estrema che crede di sempre di farla franca, “la realtà è più avanti”. Come pure il fatto che, quando Drini rifiuta la percentuale sulla droga da smerciare al bar Toringrad , “Non si capacitavano di come uno potesse rinunciare a tutti quei soldi”: perché si da per scontato che il denaro è davvero il Dio che piace a tutti. Del resto Drini sembra quasi essere uno di quei “riservati dalla parte giusta” che si trovano ad essere coinvolti nel mondo dei “riservati dalla parte sbagliata” , ovvero di chi agisce nel mondo dei traffici da svolgere nell’ombra apparendo al pubblico con – magari anche rispettabili- ruoli e attività di copertura. A tal proposito si fa cenno spesso al volersi tenere al riparo da “occhiate indiscrete”, come fanno i giocatori per pudore del loro vizio: e Drini coglie questa “impurità” con occhio empatico, come li capisse, come volesse anch’egli continuare a passare inosservato ma in un senso sano, non perverso come il gioco troppo grande cui è sottoposto.

Anche i “sensi doppiamente acuti” di cui Drini si mostra dotato, fosse per lui servirebbero a godere di odori , suoni, colori del semplice mondo a lui  circostante e che invece gli servono per tenere altissima la guardia in ogni “microazione”, specialmente quando si tratta di consegne di “roba”. Al punto di rivelare un acume quasi degno di un esperto teatrante , quando si afferma ad esempio che “fare niente è facile, fingere di non fare niente è difficile”, per cui Drini può capire le intenzioni per quanto ben celate di qualsiasi individuo , specialmente di quelli con cui deve per forza di cose avere a che fare.

Sensibilità sprecata, quella di Drini? A tratti verrebbe quasi da pensarlo, intriso com’è di molteplici sensazioni che partoriscono florilegi di spunti:  a cominciare ricordi della sua terra di origine che, nel confronto con la società comunista tanto auspicata dai genitori, gli fa quasi rilevare che ogni epoca ha  il suo modo di far soffrire e star male una civiltà , la differenza forse  sta solo nel fatto che “allora si stava male tutti insieme” , oggi invece si muore lentamente , ma da soli . Nell’incontro con una prostituta Drini si sente a volte di troppo, come fosse consapevole di non essere il tipo di cliente che la “professionista” aspetta. E nella sua immaginazione fa riferimento a un frammento di arte, una canzone di Piero Ciampi (“40 soldati 40 sorelle”) fugacemente evocata per sublimare il ruolo di figure umili e fuori dal tempo che insieme si uniscono per fuggire e cercare di creare un mondo nuovo, come potrebbero essere lui e la ragazza se potessero utopisticamente isolarsi dalla cruda loro realtà. Del resto anche nella fase finale del libro Drini cerca alla radio vecchie canzoni “come quelle che non se ne fanno più”, arrivando al paradosso di affermare “Non sono triste, vorrei esserlo”. Ed è curioso che sensazioni di un uomo semplice e sensibile (come il protagonista –a questo punto – non può più permettersi di esserlo nella realtà “pratica”) vengano quasi rimpiante e soprattutto anelate attraverso le canzoni, la forma artistica forse più snobbata e bistrattata ma che proprio nei momenti più duri o autentici, come già quello sopra citato, restituisce la nostra spontaneità “proibita” dal mondo  circostante. E quando , a proposito di autenticità , si fa riferimento alle “radici” , è proprio per domandarsi se si è in un certo modo perché si proviene da un’area geografica : Ancora nel momento culminante della fase del crimine, si ha tempo per ricordarsi che il fatto di farsi sempre tante domande , anche in particolari apparentemente minori (come , ricorda Drini, da quale lato farsi il segno della croce ) gli proviene dalla cultura dei padri e dei nonni. Il Drini di oggi come figurerebbe di fronte a questo modo di intendere i particolari della vita?

Drini si può salvare con gli incontri puri e semplici perché, come dice lui , semplicemente gli uomini sono destinati ad incontrarsi. E se è vero che “la vita è l’arte dell’incontro”; ecco che anche un semplice incontro con una prostituta- che lo “salva” con la sua presenza senza chiedere in cambio “né soldi né promesse” – “assolve” un’ umanità che ha ben poche speranza di salvezza pratica se non continuando, come si diceva a fare e farsi domande. E la domanda su cui il romanzo si chiude , fatta dalla prostituta a Drini è tanto semplice quanto spiazzante , teatrale e totalizzante: “Chi sei tu?”.

L.M.

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copertina non ho tempo di prendere a schiaffi tutti

“NON HO TEMPO DI PRENDERE A SCHIAFFI TUTTI” di Francesco Pellicini ( CD Latlantide/Edel, 2016)

 

“Sono un artista, lasciatemi stare!”.  Chissà , forse basterebbe questa frase a suggello per quelli come Francesco Pellicini (“Checco” per gli amici) e anche per quelli come lui, che vivono la loro poetica, ovvero la concezione del rapporto “arte/vita” come una necessità viscerale e dove i due poli sono quasi inscindibili. La frase è inclusa nel brano di chiusura di questo album “Da Leggiuno in Nazionale”. E in effetti basta già dare un’occhiata ai titoli dei 10 brani di questa sua seconda opera cantautorale per farsi una idea dello spirito di questo artista , scampato (o scappato?) al destino professionale di una famiglia di storici avvocati per dedicarsi alla sua vera vocazione, ovvero artista di teatro – canzone e operatore culturale (è organizzatore di diverse rassegne di teatro cabaret e musica).

A cominciare dalla canzone che da il titolo all’album: comunemente allo spirito che prende un po’ tutti coloro che prediligono la canzone di satira e denuncia rispetto a quella di evasione pura, il nostro Checco non manca di sottolineare gli aspetti più biechi  e contraddittori del nostro tempo, dai finti ribelli politicanti alle proteste sociali realizzate da chi invece trova in esse il rifugio per le proprie manchevolezze di impegno e di spirito di iniziativa (“Io stipendio lo dovete guadagnare”); fino ad arrivare alle tragedie del nostro tempo che invece di suscitare preoccupazione e solidarietà diventano pretesto per far riemergere alcune meschinità congenite di aberranti animi (“oggi ci mancava lo scafista a rievocare l’animo nazista”). Francesco oppone un rifiuto , una protesta contro la protesta, si potrebbe dire: Perché fare il gioco di chi ci vorrebbe sempre incazzati e irritati contro “quello che non va”? Abbiamo il diritto di essere sereni e felici e , forse, con le modalità che ci sono proprie, a contribuire alla miglioria della serenità nostra e del mondo , investendo il nostro tempo in attività costruttive e anche piacevoli, come fa lo stesso artista e organizzatore Checco: i maleducati e i cattivi  restino a rodersi il loro animo frustrato , noi proseguiamo per la nostra strada. Su un allegro ritmo di reggae –swing e un coretto femminile in perfetta coerenza di stile che scandisce un beffardo “I don’t waste my time”- (“non spreco il mio tempo”), si delinea chiaramente la freschezza dell’album che sfodera altre perle, tra il serio e il faceto. “Di scena in cena “ ,brano di apertura, sottolinea su un cullante swing la vita dell’artista che vede la sua vita come sospesa tra i due poli del massimo piacere realizzativo della sua attività: il momento del pasto come condivisione goliardica ed epicurea anche con altri colleghi o semplicemente da soli assorti nei pensieri contemplativi, e poi il momento della performance , condita dal “sorriso del comico” che in un certo spirito di duttilità artistica risulta quasi imprescindibile. Perché la vita è “condannata di poesia” all’interno di una partita che, per l’appunto, si gioca spesso di sera, quando noi artisti spesso sfidiamo il nostro pubblico alla partita con noi e i nostri argomenti. 

Ovviamente non si può far finta di non vivere nel mondo in cui viviamo ,per cui  una sana dose di realismo impone di aprire gli occhi e capire che i grandi miti del passato sono morti e sepolti ; e allora l’invito “Ti devi uniformare” non è da prendere come una resa o una rassegnazione, ma piuttosto ad assaporare le piccole belle cose che attorno a noi girano da cui si può ripartire: il mare,(non quello del mitico Ulisse , ma quello del caldo afoso di agosto dove si può fare un sano bagno), le stelle, la natura… E quando proprio non si riesce a fare a meno di constatare che la realtà è fatta anche di dura quotidianità ,soprattutto quella lavorativa, perché non riderci su ,soprattutto con situazioni a noi geograficamente vicine ? Checco , dal suo lago di confine , scherza – ma non troppo – sulle dure condizioni dei lavoratori frontalieri che dall’Italia ogni giorno si recano nella vicina Svizzera per strappare una sorte – e uno stipendio – migliore ; la condizione abitudinaria non è però delle migliori e allora un hard rock di lamento manifesta la tensione e lo scontento del “Prode Frontaliere” costretto a una routine fatta oggi anche di frustrazione per esser mal visti dagli indigeni, come noi vediamo male di qua dal confine, gli extra- comunitari che ,secondo i comodi luoghi comuni  “vengono a rubarci il lavoro”.

Momenti di struggente tenerezza sono regalati invece in “La forza che mi dai” , omaggio al padre da pochi anni scomparso; i ricordi sono fusi con la nostalgia ma anche con la forza che gli stessi danno per andare avanti nei momenti difficili; del resto tutto il discorso nascosto fra le righe del disco può essere visto come una sorta di parallelo tra la realtà e il mondo generale da cui non possiamo tirarci fuori del tutto e la “continuità familiare” che da conforto e forza per proseguire con la certezza di avere un rifugio e un conforto ma anche un senso, che c’è solo se i componenti più cari sono con noi: Qui l’omaggio esplicito al padre è implicitamente corroborato dalle fotografie dei figli che compaiono sia sulla copertina che all’interno dell’album: tra le righe dunque troviamo la stretta necessità di “far parte di chi è venuto e chi verrà; e questa è l’eternità”, come diceva Duilio Del prete, altro storico attore –cantautore.

E a testimonianza dell’importanza degli affetti artistico – amicali ecco “Vorrei prenderti sul tram”, inserita soprattutto come un omaggio all’autore del pezzo  Davide Rota, artista prematuramente scomparso e grande amico di Checco ; al di là dello spessore grottesco del pezzo, è importante il pensiero del ricordo di un valido autore che forse non ha avuto sempre la considerazione che avrebbe meritato.

Altro elemento importante nella poetica “pelliciniana”, come si accennava è la geografia; e dunque ecco un sentito omaggio alla sua Luino e al lago in “un’estate sul lago maggiore”, una fotografia semplice e rilassata di una giornata vissuta  nei luoghi prediletti con una strizzatina d’occhio tra il patetico e l’ironico a qualche amorazzo di gioventù che qui ha visto la luce; e ancora i luoghi della memoria tornano nella conclusiva e già citata “Da Leggiuno in  Nazionale”. E’ la rielaborazione di un brano già edito “Il dribblatore”, dove Checco rievoca le passioni sportive giovanili descrivendosi come un “dribblatore dalla finta eccezionale”, sia nello sport che nella vita, ma qui con un finale nuovo che si trasforma in un omaggio a un grande del calcio italiano, ovvero Gigi riva, che qui ha avuto i natali e cui è dedicato lo spettacolo che porta lo stesso titolo del brano.

Gli arrangiamenti a cura dei “Delfini d’acqua dolce” risultano efficaci e mai invadenti o comprensivi di virtuosismi gratuiti, nel pieno rispetto di una tradizione folk – cantautorale che però qui non risulta banale o scontata ma gradevole, dosata dei giusti arrangiamenti richiesti dallo spirito dei brani senza stancare l’ascolto, anche magari in brani di minore efficacia o rilevanza come “Rock Muriatico” o “Ho una marcia in più”.  E indubbiamente Pellicini mostra un salto di qualità rispetto al precedente album “Canta chi conta non conta chi canta…”, forte senz’altro anche della scelta di collaboratori assai più validi ,efficienti e interessanti artisticamente e umanamente.

 

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“QUANDO LE CHITARRE FACEVANO L’AMORE” di Lorenzo Mazzoni (ed.Spartaco,2015)

Ricordate la descrizione che Jorge Luis Borges dava dell’ “Aleph”? “Immaginiamo in una biblioteca orientale un’illustrazione di molti secoli fa. Forse è araba e ci dicono che vi sono raffigurati tutti i racconti delle Mille e una notte; forse è cinese e sappiamo che illustra un romanzo con centinaia o migliaia di personaggi. Nel tumulto delle sue forme, qualcuna (…) richiama la nostra attenzione, poi da questa passiamo ad altre. Declina il giorno, si attenua la luce, e man mano che penetriamo nell’incisione capiamo che non c’è cosa sulla terra che non ci sia anche lì. Ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, la storia del passato e quella del futuro, le cose che ho avuto e quelle che avrò, tutto questo ci aspetta in qualche angolo di quel tranquillo labirinto”… Bene, a volte capita di imbattersi in opere artistiche (anche letterarie , come in questo caso) in cui si ha la sensazione di essere inondati da questa sensazione di cosmicità e di “tutto” nell’uno. Non crediamo di esagerare se riteniamo che “Quando le chitarre facevano l’amore” di Lorenzo Mazzoni sia veramente ad un millimetro dal rappresentare questa tipologia di universo. Si parte con la convinzione – a leggere il titolo – di trovarsi nell’atmosfera “Peace, love & revolution” degli anni ‘ 60 e subito, all’immergersi nella lettura, ci si accorge di “navigare” in un oceano molto più complesso; in una trama che dipana in sé un’infinità di strade che aprono il varco ad altri sentieri, quasi sempre impervi. Si parte dal drammatico epilogo del regime nazista in Germania nel 1945 , allorquando scompare uno dei più fidi collaboratori di Hitler, ovvero Martin Bormann, durante l’avanzata delle truppe sovietiche. Una ventina d’anni più tardi inizia una “caccia all’uomo” ad ogni costo con qualsiasi mezzo, apparentemente per uno spirito di giustizia. Ma si stenta a raccapezzarsi nei meandri delle logiche e delle motivazioni che ogni “attore” coinvolto in tale impresa mostra e cela al tempo stesso. In uno sfondo geografico che si estende dall’Europa all’America del nord e del Centro fino all’Asia , allora al centro dell’attenzione per la guerra in Vietnam  e per i movimenti antimilitaristi e di manifestazioni all’insegna di pace, musica e droga, troviamo letteralmente di tutto: Cacciatori di nazisti di più nazionalità e ruoli, una organizzatrice di eventi di copertura che si occupa di reclutare tali “cacciatori” con espedienti poco leali, un presidente di stato che si “moltiplica” fittiziamente tramite diversi suoi “sosia” tra cui un attore cieco che  se la cava niente male nel girare il mondo nonostante la sua menomazione fisica, e altro ancora. Nel frattempo quello che si ritiene essere il motore di tutta la vicenda , sembra essere lo stesso che, in qualche parte del mondo e sotto un’altra identità costruita fittiziamente, finanzia , cercando una sorta di “autoredenzione” dal proprio passato, una rock band molto nota al pubblico americano e  che propugna , come molte altre , il trionfo dell’amore e la fine delle ostilità, tra una limonata all’lsd e l’altra. Ma è davvero tutto così lineare come sembra? O avremo ulteriori sorprese?

Il genio di Mazzoni riesce a fondere tutte gli elementi esplosivi della vicenda quanto e forse più del cocktail micidiale a base di limone e lsd che il “manager” della band Martin Bormann presunto ex –nazista sotto le mentite spoglie di Martin Weiseberg prepara regolarmente ai suoi “ragazzi” della band. Quando la narrazione incalza sotto l’incedere delle sequenze , a volte alcune  notazioni climatiche contribuiscono sapientemente a farci entrare nell’atmosfera piena del paese e dell’ambiente dove ogni volta si sposta la virtuale macchina da presa dell’autore. La dimessa rassegnazione controbilanciata da uno stanco quanto ineluttabile senso di dovere e fuga è quella che conduce per mano Luigi Portaleone, l’italiano cacciatore di nazisti fumatore accanito che dietro ad un apparente senso di dignità professionale viene spesso logorato dai “non importa” che spesso ritornano durante la sua vicenda; come se l’unica forza motrice fosse quella dell’agire senza chiedere spiegazioni: uno dei più grandi marchi di infamia che l’umanità ha subito (quello dei crimini nazisti) non ha bisogno di ulteriori motivazioni; e Luigi è l’antitesi di qualsiasi senso di poesia, senso artistico , realtà da interpretare; proprio egli che non ha la minima cultura musicale, si vede costretto a erudirsi alla svelta sulla musica rock più in voga del momento e a vestire i panni di un falso giornalista musicale per “abbordare” meglio il suo obiettivo che prevede di incontrare in presenza della rock band, per fargli una fittizia intervista come “tranello” per acciuffarlo.

Ma ad un occhio più  “panoramico” risulta evidente come in questo “calderone” caldo e colorito non si salvi nessuno se non le chitarre, per l’appunto, ovvero la musica, l’innocente musica che qui però potrebbe quasi essere vista con un retroscena di colpevolezza involontaria. L’ idea di far parlare le chitarre in prima persona come fossero esseri viventi evidenzia la passività più che l’attività del ruolo che la musica dovrebbe avere di unione, risoluzione, rappacificazione;  ma in realtà qui non si intravede nelle parole delle “protagoniste loro malgrado”, un senso di vittoria ma piuttosto di osservazione passiva e impotente, come quando – ad esempio – constatano di essere “mal suonate” dai loro esecutori spesso strafatti di alcol e sostanze stupefacenti. Sin dalle prime battute del testo ,a partire dalla figura della tremenda organizzatrice di eventi di copertura Lolicia Smith, in realtà una spia priva di qualsiasi scrupolo, si vede come ogni evento nasconda facilmente il suo contrario, la cultura e la solidarietà non siano altro che due parole che servono per finanziare efferate azioni di spionaggio e ulteriori azioni di guerra come sempre con fini economici; e si nota come ognuno dei personaggi agisca sempre anche un po’ per fini di riscatto personale, tra noir e arte varia, tra politica e geografia. Una matassa enorme e ,come si diceva, cosmica, in cui la scelta dell’ambientazione storica tra uno dei momenti più tragici della storia dell’umanità e uno di quelli più rivoluzionari congloba in una fusione perfetta la ricerca disperata di una salvezza che non arriva se non nella fuga o nella morte al di fuori dei riflettori della storia di quasi tutti i protagonisti; Una resa dichiarata è poi la lettera che Martin Weisberg (il “falso” Martin Bormann) scrive all’amico generale vietnamita rivelando, al termine del romanzo, la vera vicenda e la vera sua identità.

Dopo un siffatto percorso è ovvio che il lettore non può sentirsi tranquillizzato e sollevato ma ne esce con la constatazione che quasi sempre  ben guardare, “Niente è come sembra” e la diffidenza verso la politica e  il genere umano in generale non sono frutto di qualunquismo ma naturale conseguenza di chi voglia davvero affrontare con vero impegno e senza alcuna pietà le logiche e le dinamiche dell’imprevedibilità dell’essere umano allorquando questo dia libero sfogo al suo intero ego malato e sfrenato. La storia, dunque, vista come conseguenza dell’essere dove anche gli spunti positivi che qui possono essere quelli culturali e benefici paiono avere sempre un risvolto negativo se portati alle loro conseguenze estreme. E dunque ci pare quantomeno ragionevole richiamare alla mente  l’eco inquietante delle parole di Brunella Gasperini, giornalista e scrittrice italiana oggi pressoché dimenticata, ma le cui parole scritte alla vigilia della morte, alla fine degli anni ‘ 70, suonano oggi sinistre quanto profetiche e tenebrose: “Non crediamo più a niente, neanche – si fa per dire – alla verità.”

 

L. M.

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Katia Mandelli Ghidini sample image

“VISIOGRAFIKA” – Progetto artistico di Katia Mandelli Ghidini

Cantava Luigi Tenco: “C’è chi dice che l’arte non ha rapporti con l’uomo comune per cui l’artista vero non può usare un linguaggio capito da tutti; anzi: meno comune sarà il linguaggio usato, tanto più verrà a galla la personalità”. Può questa teoria applicarsi all’artista svizzera Katia Mandelli Ghidini? Difficile dirlo. L’astrattismo di Katia non “tranquillizza” per il fatto di essere fluttuante, instabile, continuamente sfuggente a una definizione univoca. Se si parte dalle opere catalogate “mozartianamente” con la K dell’iniziale del nome e un numero, si ha la sensazione di una dimensione onirica che sembra  si tenta di dissipare solo con la  speranza di una visuale della natura “dal basso”, forse un cielo che rimanda a qualcosa di rassicurante nella psicologica varietà di colori in cui ognuno può ritrovare quello che corrisponde al suo io profondo; ma ecco che fluttuazioni più calde e affascinanti appaiono nelle opere di fine-art e del plexi; si spazia dal gesto risoluto che trova in se’ e nella sua dinamica la sua ragion d’essere, alla calma contemplazione di un paesaggio più naturalistico, fino ad arrivare alla turbolenta e quasi “jazzistica” visione di una moderna città con le sue sinestetiche sovrapposizioni di architetture e luci. Ma Katia non smette di sorprenderci dimostrando di saper fondere il suo astrattismo con un occhio vagamente vintage al passato di sapore quasi “beatnik” quando fonde la cultura delle maschere carnevalesche con le tinte vivaci dei colori risoluti, fusi in un’atmosfera un po’ anni ’70 e dove la glacialità delle maschere senza occhi aggiunge delle tinte leggermente violente  che rimandano a quel periodo. Uno sperimentalismo diretto e gioioso che non per questo viene meno a una coerenza artistica di fondo, capace , lo si può credere, di  legittimare le nostre aspettative di qualcosa che ancora deve emergere dal cuore di questa eclettica artista.(L.M.)

PER APPROFONDIRE  : www.visiografika.com