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Borgo lenin coop

“BORGO LENIN” di Cinzia Romagnoli (ed. Koi Press,2017)

E’ sempre difficile trovare le parole giuste per descrivere le sensazioni dopo una lettura di un testo dove si intrecciano più piani narrativi ,dal giallo alla storia, dalla musica alla psicologia. La paura maggiore è quella, banale ma fatale, di non aver compreso. Di aver smarrito la traiettoria, di non sapere a cosa dare la priorità sul piano del significato. Del resto forse è proprio questa la sfida che un’autrice come Cinzia Romagnoli ci lancia nel suo “BORGO LENIN”, ambiziosa ricostruzione storico – poliziesca sullo sfondo della pianura padana che dai giorni nostri rimanda ad un passato di lotte e di “rinascita” .

I due principali piani narrativi sono l’indagine da parte del poliziotto Fabio Sinigaglia sulla morte di un pensionato Bolognese e il passato cui questa rimanda, fatto di miserie e di guerra, di invasioni e di semplicità , come da “copione”, potremmo dire, nei borghi umili della pianura padana nella seconda guerra mondiale. Il poliziotto Sinigaglia è uno dei tanti professionisti, poco entusiasta della vita e della professione, ma ligio al dovere . I ragazzi della vicenda che fa da contraltare sul piano narrativo (in particolare i protagonisti Libero, Taramòt e Culodritto) sono i bambini attraverso i cui occhi la guerra e i suoi contorni assumono le sembianze quasi di un film , di un mondo pericoloso ma a suo modo attraente, da guardare di nascosto e dove intervenire al momento giusto, con rischi ma anche con le ambizioni di “uomini in erba”. Sono proprio i loro occhi ,spesso rivelatori, a “leggere i segreti” nascosti , nonostante le circostanze belliche sembrino sminuire quei “particolari. Libero, uno dei tre, osserva il paesaggio con la nebbia di novembre , i pioppi…dove trova la metafora della “rappresaglia” e di tutte le faccende degli adulti: ecco qui il primo elemento poetico – descrittivo che ci fa entrare in empatia con i protagonisti. E’ a quel passato che la morte di questo pensionato apparentemente insignificante rimanda, proprio a causa di un nominativo su un biglietto da lui lasciato; Sinigaglia e i suoi colleghi nella loro indagine su quel nominativo , trovano contatti cui risalire , per arrivare al passato sopra descritto ; da qui si dipanano i continui rimandi a passato e presente per arrivare con una vicenda piuttosto intricata, alla risoluzione del “giallo” iniziale.

Al di là della “fabula” in sé, è interessante vedere come la narrazione parta con periodi rapidi ,spezzati che fanno da contraltare con il tema della morte che è quello essenziale che ci si presenta davanti, con il suo attacco narrativo “La morte non ha nulla di nobile”. E il richiamo alla “Tabula Rasa” di Arvo Part ne è il contraltare musicale ,come ogni capitolo del resto avrà un riferimento di tal genere. I gesti semplici e annoiati  del morituro espletano il rapido “precipitare” della vita che a un altro mondo poi conduce. Ben altro tipo di frenesia ci attende dopo ,infatti. E sarà proprio quello che fa da sfondo alla “guerra personale” dei ragazzi che, pur nella dura condizione in cui vivono , costituirà la loro crescita . Difficile a maggior ragione perché gli adulti, coloro che dovrebbero insegnarci a guardare e a vivere il mondo, impongono di “non dire niente di quello che i grandi dicono”, per ovvia paura del nemico germanico, ma cosa che nei ragazzi genere confusione. Ad esempio i giovani uomini in erba si domandano cosa sarà mai questo “estremismo”? Forse una malattia? Con questi elementi grotteschi si stempera la drammaticità di fondo della narrazione.

Quando invece la tragedia bellica da tregua, ecco che il calore del focolare domestico è arricchito dal potere del racconto: Il potere narrativo del forestiero giunto in paese, colora di mistero e di fascino le sere dei ragazzi con le storie narrate sulle basi delle costellazioni, e poi regala a libero l’Odissea di Omero, raccomandandogli di leggerlo e facendo leva sulla similitudine fra “LIBRO” e “LIBERO”, ovvero il suo nome. Ecco: il potere della parola narrata e scritta può trionfare su tutto, su un’umanità adulta ma in realtà ancora troppo primitiva per poter liberarsi da quella smania egoica e irrisolta che porta poi alla guerra ; Troviamo dunque il Racconto come recupero dell’umiltà e della primigenìa,che sono elementi chiave per “tornare” a noi. Del resto , per parte sua anche l’umile poliziotto Sinigaglia trova la sua dimensione in una dimessa e grigia solitudine che però è stemperata da alcune considerazioni semplici ma efficaci. Nella sua zia accudente e a modo suo presente , che gli fa trovare sempre piatti squisiti, considera che “non siamo soli finché qualcuno cucina per noi”. Ecco: a modo suo ognuno è in situazioni di precarietà ,a vari livelli: ma è nelle piccole cose che colpiscono direttamente i “sensi” che ognuno troverà il suo riscatto. Del resto , come indica l’autrice “Crescere è un po come essere sempre altrove”, in una instancabile ricerca di verità, personale ed universale. Anche se le “buone cause non sorridono mai”, come ha a constatare il poliziotto e allora sta a noi scavare nel tufo della realtà perché magari anche la guerra di miseria sangue e morte, possa trasformarsi in una “guerra positiva” e possiamo positivamente ritrovarci come degli esploratori, che combattono una guerra di ricerca personale come il “Giapponese nella giungla” ,ovvero colui che non crede che sia finita la guerra anche quando questa è cessata per il resto del mondo.

(L.M.)

cop donne che conosco l.basilico

“DONNE CHE CONOSCO” di Laura Basilico (ed. Helicon, 2016)

 

Si dice spesso che la questione “parità di diritti e opportunità” tra uomo e donna è una questione ormai ampiamente dibattuta e superata. Ma che ciò sia assodato non è scontato per tutti. Pensiamo a ciò che diceva Giorgio Gaber “Secondo me la donna e l’uomo sono destinati a restare differenti. Perché è proprio da questo incontro – scontro di posizioni che si muove l’universo intero”: E allora, al di là di come la si pensi in merito, vale forse la pena ascoltare la posizione di chi la questione la vive dal di dentro e non (o non necessariamente) con vittimismo o superiorità, ma con la semplice volontà di far presente situazioni sviscerate con precisione e a volte passione a volta più distacco, ma sempre indicative di un modo di essere e di una sensibilità  che ha diritto ad una “voce” . Ecco dunque questa serie di 12 racconti dove non esiste un vero e proprio filo conduttore se non quello delle varie sfaccettature femminili nelle situazioni più disparate. Il pregio e l’impegno della raccolta (e il merito della sua autrice) è quello di presentare appunto -  sempre con la leggerezza Calviniana cui si accenna nella prefazione – diversi ambiti in cui si sviluppano piccole storie che a volte presentano spaccati fugaci ma rivelatori di vita quotidiana, a volte situazioni decisive ; la famiglia sembra essere un elemento costante che torna quasi sempre, quasi a sottolineare il ruolo in senso positivo che il lato femminile di qualunque essere umano(anche uomo) sostiene nel ricordarci l’importanza delle radici affettive , qualunque sia la nostra situazione di partenza lavorativa, geografica, di salute o di posizione sociale. Non è sempre detto o scontato che la donna ne esca positivamente. Rivelatori ne sono alcuni episodi del libro . Il racconto “UN MANOSCRITTO DA NON SPRECARE” ci presenta la figura di una redattrice alla disperata ricerca di un autore che dopo averle consegnato un plico di un suo romanzo per proporglielo, sparisce misteriosamente nel nulla; da qui partirà una ricerca tanto affannosa quanto morbosa da parte della protagonista per scoprire che fine ha fatto il suo interlocutore; in “SEGRETI EGIZI” una hostess congressuale (come si autodefinisce) è alle prese con l’ingarbugliata faccenda della morte del marito che viene trovato senza vita all’interno della sua “piramide egiziana” che egli stesso, da egittomane, si era costruito in casa; salvo poi scoprire in maniera perfida le carte della questione; “OTTENERE UN POSTO FISSO” offre uno spaccato di vita sociale in cui donne carrieriste si confrontano coi propri ruoli sia lavorativi che genitoriali in una sorta di giostra a chi “se la cava meglio”, salvo poi il colpo di scena finale dove la scoperta sorprendente della giornalista protagonista rivela la vera entità morale di tali “donne in carriera” . Non mancano punte di grottesco estremo , e anche un po’ “autoironico di genere”, come in “DELIRIUM GENERANDI” , dove la smania di maternità di una donna apparentemente tradizionalista e perbenista si rivela una patologia tale da fare uscire pazzo il marito arrivati al quindicesimo figlio;

 

A volte il giudizio sembra quasi come sospeso , senza un apparente compiutezza .Nel racconto “LUCCICHIO” assistiamo ad un breve soliloquio interiore di una donna che medita su una sua scappatella di cui nell’auto dove sta viaggiando è visibile un indizio che poi però si scopre che per pura casualità coincide con un elemento di abbigliamento smarrito da un parente; e dunque il sorriso sornione della protagonista è come una “spia” di qualcosa intendibile sol oda lei e dai lettori.

 A volte invece si palesa un giusto ruolo “risolutore” della donna , con la sua sensibilità pronta, decisa e forte come si rivela anche in senso vincitore ,se è il caso, sull’uomo Vedi a tal proposito la “ PSICOPATOLOGIA DEL MESTOLO QUOTIDIANO”, dove si mettono alla berlina le manie culinarie per far “riscoprire le radici affettive”(chissà non ci sia un sottile riferimento ai deliri vegani di oggi)  ; o ancora “IN UNA PALESTRA DI MONACO”, che apre la raccolta: una giornalista apparentemente d’assalto intervista una scrittrice nota per essere stata la custode di alcuni “segreti umani e professionali” dio un calciatore croato che in piena guerra nell’ex Yugoslavia rifiuta il passaggio alla nazionale tedesca per restare nella sua patria e giocare con la sua nazionale di origine; e infine : in “CREPUSCOLO SCOZZESE” si celebra il totale riscatto di una moglie considerata dal marito alla stregua di una che deve in sostanza “Fare il suo ruolo senza obiettare” ; e invece con somma sorpresa del marito “rispettabile avvocato” essa si rivela una grande poetessa autrice di un hit editoriale.

 

Non è traibile secondo noi alcuna morale di giudizio o di valore da una serie di racconti come questa. Semplicemente possiamo , ognuno con la propria sensibilità e con le proprie posizioni in merito atteggiarci a spettatori degli episodi senza preconcetti di merito; ci potremmo limitare a sottolineare l’esattezza (altra virtù celebrata dalla poetica di Calvino) con cui Laura delinea sapientemente le situazioni e riesce a giungere a conclusioni non sempre ad effetto ma comunque dense di saggezza e colme di qualcosa che ancora non sentiamo ma che comunque potrebbe “rivelarsi” da un momento all’altro per ognuno di noi, nella nostra vita, nei nostri gesti e nei nostri rapporti. Ricordando sempre per concludere ancora con Gaber che, senza l’incontro di due mondi e di due sentimenti differenti (quello maschile e quello femminile), non ci può essere futuro.

L.M.

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